mercoledì 20 settembre 2017

La polizia spagnola ha arrestato 13 persone legate al governo della Catalogna

Con l'accusa di organizzare il referendum sull'indipendenza catalana, considerato illegale dalla Corte costituzionale spagnola

Due poliziotti della Guardia civile e due agenti dei Mossos D'Esquadra a Barcellona (JOSEP LAGO/AFP/Getty Images)

La Guardia civile spagnola, un corpo della gendarmeria, ha arrestato questa mattina Josep Maria Jové, un membro del governo catalano guidato da Carles Puigdemont. L’arresto è avvenuto durante una delle operazioni della polizia spagnola iniziate questa mattina a Barcellona, capitale della Catalogna, che hanno incluso tra le altre cose diverse perquisizioni negli edifici del governo catalano: la polizia, che ha agito su ordine di un giudice, era stata incaricata di controllare se il governo catalano stesse proseguendo nell’organizzazione del referendum sull’indipendenza della Catalogna convocato per l’1 ottobre, ma giudicato illegale dalla Corte costituzionale spagnola. La polizia ha arrestato 13 persone legate al governo catalano – membri del governo e direttori di agenzie governative, per esempio.

La stampa spagnola ha scritto che le perquisizioni di questa mattina sono state fatte nei dipartimenti degli Interni, degli Affari esteri e dell’Economia, oltre che negli uffici della presidenza e del governo. Josep Maria Jové, il membro del governo catalano arrestato, è il segretario generale del dipartimento dell’Economia e “numero due” di Oriol Junqueras, vicepresidente della Catalogna e presidente della Sinistra Repubblicana di Catalogna, un partito indipendentista e di sinistra. Questa mattina Junqueras ha scritto su Twitter: «Stanno attaccando le istituzioni di questo paese e quindi i suoi cittadini. Non lo permetteremo».

Il presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, ha convocato una riunione di emergenza del governo per decidere come affrontare quanto successo questa mattina. Il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy ha commentato in Parlamento le operazioni della Guardia civile a Barcellona dicendo che «sono state fatte per decisione del giudice» e che qualsiasi democrazia ha l’obbligo di attuare quello che viene deciso da uno dei tre poteri dello stato, cioè quello giurisdizionale. Durante il suo intervento, i deputati del Partito democratico europeo catalano (PDeCAT) e di Sinistra repubblicana (ERC) hanno lasciato l’aula. A Barcellona sono in corso manifestazioni per protestare contro le operazioni della Guardia civile.

Fonte: Il Post

Almeno 200 morti per il terremoto di magnitudo 7.1 in Messico

Crollata anche una scuola a Città del Messico. Il presidente Enrique Pena Nieto ha dichiarato l'emergenza nazionale


Un terremoto di magnitudo 7.1 ha colpito il sud del Messico martedì 19 settembre 2017 alle 13:14 ora locale (20:14 in Italia), causando la morte di almeno 200 persone, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Reuters.

La protezione civile messicana aveva parlato di almeno 248 morti, poi ha rivisto il bilancio al ribasso dicendo che le vittime sono 217. Il bilancio delle vittime è ancora provvisorio, intanto il presidente Enrique Peña Nieto ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale.

“La priorità ora è recuperare i sopravvissuti rimasti sotto le macerie”, ha detto il presidente messicano.

Il sisma è avvenuto il giorno dell’anniversario del terribile terremoto di magnitudo 8.0 che colpì il paese il 19 settembre del 1985, causando la morte di almeno 5mila persone.

Fonte: The Post Internazionale

domenica 10 settembre 2017

Sei persone sono morte per le forti piogge a Livorno

Ci sono torrenti esondati, strade allagate, frane e molti danni

(ANSA/ALESSIO)

Sei persone sono morte e almeno una è dispersa a causa delle forti piogge cadute nella zona di Livorno, in Toscana, che hanno fatto esondare torrenti e allagato molte strade. Quattro dei morti – due genitori, il padre di uno dei due e una loro figlia – erano in un seminterrato che si è riempito d’acqua dopo l’esondazione di un torrente, secondo il Tirreno: il nonno della famiglia ha salvato una nipote di tre anni, ma è morto mentre tentava di soccorrere gli altri famigliari. Una quinta persona è morta in via della Fontanella e una sesta persona è morta nel quartiere Montenero, in via Sant’Alò. Sempre secondo Il Tirreno, c’è un disperso e una settima persona morta in un incidente stradale sulla via Emilia, ma «non è stato stabilito se la morte sia legata al maltempo».

Filippo Nogarin, il sindaco di Livorno, ha detto che nella notte sono caduti in città 250 millimetri di pioggia. Oltre a Livorno, anche altre città e località in Toscana e in altre regioni d’Italia stanno avendo problemi legati al maltempo; Livorno sembra essere la città più colpita, con i problemi più gravi.

Fonte: Il Post

L’uragano Irma è arrivato in Florida e ha colpito le isole Keys

L'uragano ha causato la morte di almeno tre persone, mentre le autorità dello stato hanno diramato l'allarme per la formazione di tornado e trombe marine nelle aree costiere

Oltre un milione di persone sono rimaste senza elettricità in Florida a causa dell'uragano Irma.

L’occhio dell’uragano Irma ha colpito le coste delle isole Keys, in Florida, con forti venti e pioggia, causando la morte di tre persone e lasciando senza elettricità oltre un milione di abitanti.

Più di cinque milioni di residenti dell’intero stato hanno ricevuto l’ordine di evacuazione. Le autorità hanno segnalato il rischio di formazione di tornado e trombe d’acqua a causa dell’arrivo dell’uragano.

Il centro del ciclone si trova ormai a soli 25 chilometri dal capoluogo dell’arcipelago Key West. Secondo i meteorologi, quando ha colpito le coste la tempesta aveva la potenza di un uragano di categoria 4.

Il Centro di controllo uragani statunitense ha fatto sapere che Irma si muove a una velocità di quasi 13 chilometri orari.

Almeno 22 persone nei Caraibi sono decedute a causa di Irma, che ha devastato diverse isole nell’arcipelago centro-americano.

L’agenzia federale statunitense Noaa che si occupa del monitoraggio di questi eventi atmosferici prevede che la tempesta devasterà l’intero stato nelle prossime 36 ore, fino a raggiungere le zone interne degli stati orientali degli Stati Uniti.

I venti estremi e le piogge portati dall’uragano mettono a rischio anche la barriera corallina al largo dell’arcipelago.

Le autorità si aspettano infatti onde alte più di quattro metri, che potrebbero devastare gli isolotti che si trovano a pelo d’acqua tutt’intorno alle isole.

Fonte: The Post Internazionale

sabato 9 settembre 2017

Terremoto in Messico, almeno 61 vittime

Il sisma di magnitudo 8 che ha colpito il sud del paese è la scossa più forte nel paese da oltre cento anni

Un edificio danneggiato a Juchitan, in Messico. Credit: Edgard Garrido

Un terremoto di magnitudo 8,1 è stato registrato a largo della costa del Messico nella tarda serata di giovedì 7 settembre. Lo ha riferito l’ente di monitoraggio sismico U.S. Geological Survey (USGS).

Il sisma ha provocato almeno 61 vittime, di cui almeno 45 sono decedute nello stato occidentale di Oaxaca e 17 particolare nella città di Juchitán de Zaragoza, almeno altre 12 persone sono morte nello stato meridionale del Chiapas e almeno quattro in quello di Tabasco. Un’altra persona inoltre è deceduta in Guatemala, secondo quanto dichiarato dal presidente del paese.

Il bilancio delle vittime sembra però destinato a salire. Una vasta operazione di salvataggio è in corso nei tre stati di Oaxaca, Chiapas e Tabasco, che sono quelli maggiormente colpiti. Si teme che altre persone siano ancora sotto le macerie.

Il presidente messicano Enrique Peña Nieto ha detto che almeno 200 persone sono rimaste ferite. Il presidente ha dichiarato un giorno di lutto nazionale.

L’epicentro è stato registrato a largo della costa del Pacifico, 123 chilometri a sudovest della città di Pijijiapan, a una profondità di 33 chilometri. La zona è vicina al confine con il Guatemala. Dopo la prima forte scossa l’autorità sismologica messicana ha registrato una serie di scosse di magnitudo 6, almeno 61 secondo l’ente messicano di controllo dei terremoti.

Diversi stati della federazione messicana hanno chiuso le scuole, in modo da permettere alle autorità di controllare lo stato degli edifici prima di farvi accedere studenti e insegnanti.

Il sisma ha innescato anche un allarme per uno tsunami di piccole dimensioni, sulla costa del Pacifico. Migliaia di persone sono state evacuate dalle città costiere dello stato messicano del Chiapas, ma l’allarme è poi rientrato.

Il terremoto ha fatto tremare anche gli edifici della capitale Città del Messico e gli abitanti sono scesi nelle strade, secondo quanto riporta l’agenzia Reuters.

I vetri dell’aeroporto si sono rotti e c’è stato un blackout in numerosi quartieri della capitale.

Un testimone ha riferito all’agenzia Reuters che il cornicione di un hotel è crollato nella città turistica di Oaxaca. Tutti le città degli stati sud occidentali del paese sono state colpite e hanno registrato danni agli edifici.

Secondo il presidente messicano, Enrique Peña Nieto questo terremoto è stato il peggiore avvertito nel paese da oltre un secolo, peggiore quindi della scossa devastante del 1985 che causò migliaia di morti.

Negli ultimi 200 anni il paese centro-americano ha subito 75 terremoti che hanno causato danni e vittime, di cui 60 con una magnitudine superiore o uguale a 7.

Non solo il Messico però è stato colpito, anche il Guatemala ha subito danni a causa del sisma.

Fonte: The Post Internazionale

L’uragano Irma ha colpito Cuba e si dirige verso la Florida

La Florida si prepara per l'arrivo della tempesta, che è attesa nella mattina di domenica. Nei Caraibi Irma ha già provocato 21 vittime

Credit: Alexandre Meneghini

L’uragano Irma ha colpito la costa settentrionale di Cuba con forti venti e pioggia sabato 9 settembre, mentre 5,6 milioni di residenti in Florida hanno ricevuto un ordine di evacuazione. La tempesta, che dopo essere stata declassata è tornata adesso ad intensità massima (pari al livello 5), ha già ucciso 21 persone nei Caraibi e devastato le isole orientali.

Irma, una delle più forti tempeste atlantiche dell’ultimo secolo, ha colpito l’arcipelago cubano di Sabana-Camagüey con una velocità di 260 chilometri orari secondo l’U.S. National Hurricane Center (NHC). È la prima volta che un uragano di categoria 5 colpisce Cuba da decenni.

“Le scene che si stanno verificando sulla costa centro-settentrionale di Cuba somigliano sempre di più agli orrori visti sulle isole dei Caraibi”, scrive il reporter di Reuters Mark Frank. “Mare mosso, cieli grigi, forte pioggia, palme piegate, onde enormi che si infrangono sugli scogli e linee elettriche abbattute hanno riempito i telegiornali dello stato”.

Le isole Bahamas, invece, sono invece state per lo più risparmiate dall’uragano, secondo quanto riporta la Bbc. La tempesta dovrebbe raggiungere la Florida nella mattina di domenica 10 settembre, portando massicci danni con vento e inondazioni nel quarto stato più popoloso degli Stati Uniti.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto in un video-messaggio che Irma è “una tempesta di storico potenziale distruttivo” e ha chiesto alle persone di seguire le raccomandazioni degli ufficiali governativi e applicare la legge, secondo quanto riportato da Reuters.

La Florida si prepara per l’arrivo dell’uragano Irma

Abbattendosi sulle coste della Florida, Irma potrebbe causare miliardi di dollari di danni e ha già messo a rischio le infrastrutture elettriche dello stato. Milioni di persone subiranno infatti gli effetti delle forti piogge e dei venti restando senza elettricità.

Le autorità dello stato meridionale stanno già evacuando turisti e residenti dalle isole Keys, dalla città di Miami e da quella di Miami beach. Il governatore della Florida, Rick Scott, ha chiesto alla popolazione di prendere “solo il necessario” ed evacuare le zone a rischio.

“Possiamo ricostruire le vostre case, non la vostra vita”, ha detto Scott. I porti dello stato saranno chiusi da sabato 9 settembre e diversi voli sono già stati cancellati.

Il timore maggiore delle autorità riguarda quattro centrali nucleari presenti nello stato. Gli impianti a rischio sono il Crystal River 3, la centrale di Levy County, quella di St. Lucie e quella di Turkey Point.

Lo stato d’emergenza, dichiarato per la Florida, è stato esteso anche a Georgia, Carolina del Sud e Carolina del Nord. Si prevede infatti che la tempesta, una volta colpita la Florida, proseguirà la sua corsa verso gli stati confinanti settentrionali.

Lo U.S. National Hurricane Center (NHC), prevede che i forti venti e le piogge colpiranno infatti la Georgia, la Carolina del Sud, l’Alabama, il Tennesse, fino ad arrivare in Kentucky.

Tre uragani nei Caraibi

Al momento nei Caraibi gli uragani sono ben tre. Oltre a Irma, che punta le coste di Cuba e della Florida, c’è anche la tempesta Jose, al momento ancora al largo dell’Atlantico, ma che si prevede seguirà le orme dell’uragano Irma. Il terzo uragano è Katia, ora al largo delle coste nord orientali del Messico e che minaccia lo stato di Veracruz. (Qui una guida visiva realizzata dalla Bbc)

Per quanto riguarda l’uragano Jose, più si avvicina alle coste delle isole caraibiche dove le acque sono più calde, più la perturbazione si fa intensa. Secondo quanto riferito da Reuters, la tempesta è stata riclassificata come uragano di categoria 4.

Intanto la situazione nei Caraibi ha già avuto effetto sui prezzi del petrolio, la regione del Golfo del Messico infatti è una delle maggiori produttrici di questo combustibile fossile del mondo.

Già l’uragano Harvey, che negli scorsi giorni ha colpito Texas e Louisiana, aveva avuto effetti sui mercati energetici mondiali, ma ora il prezzo del U.S. West Texas Intermediate (WTI), la principale varietà di petrolio prodotta nel Golfo, è salito del 5 per cento.

Fonte: The Post Internazionale

venerdì 8 settembre 2017

È iniziata l’evacuazione di una contea di Miami per l’arrivo dell’uragano Irma

Al momento la tempesta si trova ancora sul mare dei Caraibi, dove ha ucciso almeno 16 persone

Credit: Randy Bresnik/via Twitter/AstroKomrade

L’uragano Irma, che si trova ora a nord della repubblica Dominicana, ha già ucciso almeno 16 persone, devastando diverse isole nel Golfo del Messico. È una della più potenti tempeste della storia formatesi nell‘oceano Atlantico e sta adesso puntando sulla Florida, dove a Miami, nella contea di Miami-Dade, è già iniziata l’evacuazione di decine di migliaia di persone.

Irma colpirà le coste degli Stati Uniti al più tardi di domenica 10 settembre.

Il numero maggiore delle vittime è stato registrato nel territorio d’oltremare francese di Saint Martin e Saint Barthélemy dove 11 persone sono state uccise dall’uragano e altre 23 sono rimaste ferite.

L’isola di Barbuda è diventata quasi inabitabile secondo le autorità ufficiali, mentre il territorio d’oltremare francese di Saint Martin è stato quasi distrutto. “È una catastrofe enorme, il 95 per cento dell’isola è stata distrutta”, ha detto il funzionario locale Daniel Gibbs. Secondo il presidente francese Macron, il bilancio delle vittime alla fine “sarà crudele”.

Con l’aumentare delle devastazioni, ci si aspetta infatti che salga anche il bilancio delle vittime. Con venti superiori ai 320 km l’ora, la tempesta sta mettendo a rischio tutto il nord del Golfo del Messico.

Un video del National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa), l’agenzia federale statunitense che si occupa proprio di meteorologia e uragani, ha mostrato al mondo lo spaventoso occhio del ciclone.

La tempesta, con un diametro arrivato a misurare oltre 800 chilometri e un’estensione totale pari a quella della Francia, ha già superato Porto Rico, dove ha causato diversi black-out che hanno coinvolto oltre il 70 per cento della popolazione secondo il governatore del territorio statunitense Ricardo Rossello.

Secondo lo U.S. National Hurricane Center (NHC), l’agenzia federale statunitense che si occupa di monitorare queste tempeste, sostiene che la perturbazione si sta muovendo verso nord-ovest e che colpirà ancora gli stati caraibici di Haiti e Cuba, prima di abbattersi sulla Florida domenica 10 settembre, anche se la traiettoria precisa dell’uragano rimane imprevedibile, come riportato dall’agenzia Reuters.

Nonostante non si possa sapere con certezza dove toccherà terra la tempesta, l’intera costa meridionale dello stato è a rischio.

“Esorto tutti coloro che vivono sul percorso dell’uragano Irma a dare ascolto ai consigli e agli ordini delle autorità locali e statali”, ha scritto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sul suo profilo Twitter. La potenza della tempesta è stata declassata a categoria 4.

Abbattendosi sulle coste della Florida, Irma potrebbe causare miliardi di dollari di danni e ha già messo a rischio le infrastrutture elettriche dello stato. Milioni di persone subiranno infatti gli effetti delle forti piogge e dei venti restando senza elettricità.

Le autorità dello stato meridionale stanno già evacuando turisti e residenti dalle isole Keys, dalla città di Miami e da quella di Miami beach. Il governatore della Florida, Rick Scott, ha chiesto alla popolazione di prendere “solo il necessario” ed evacuare le zone a rischio.

“Possiamo ricostruire le vostre case, non la vostra vita”, ha detto Scott. I porti dello stato saranno chiusi da sabato 9 settembre e diversi voli sono già stati cancellati.

Il timore maggiore delle autorità riguarda quattro centrali nucleari presenti nello stato. Gli impianti a rischio sono il Crystal River 3, la centrale di Levy County, quella di St. Lucie e quella di Turkey Point.

Lo stato d’emergenza, dichiarato per la Florida, è stato esteso anche a Georgia, Carolina del Sud e Carolina del Nord. Si prevede infatti che la tempesta, una volta colpita la Florida, proseguirà la sua corsa verso gli stati confinanti settentrionali.

Lo U.S. National Hurricane Center (NHC), prevede che i forti venti e le piogge colpiranno infatti la Georgia, la Carolina del Sud, l’Alabama, il Tennesse, fino ad arrivare in Kentucky.

Intanto nei Caraibi gli uragani al momento sono ben tre. Oltre a Irma, che punta le coste di Cuba e della Florida, c’è anche la tempesta Jose, al momento ancora al largo dell’Atlantico, ma che si prevede seguirà le orme dell’uragano Irma. Il terzo uragano è Katia, ora al largo delle coste nord orientali del Messico e che minaccia lo stato di Veracruz.

Per quanto riguarda l’uragano Jose, più si avvicina alle coste delle isole caraibiche dove le acque sono più calde, più la perturbazione si fa intensa. Secondo quanto riferito da Reuters, la tempesta è stata riclassificata come uragano di categoria 4.

Intanto la situazione nei Caraibi ha già avuto effetto sui prezzi del petrolio, la regione del Golfo del Messico infatti è una delle maggiori produttrici di questo combustibile fossile del mondo.

Già l’uragano Harvey, che negli scorsi giorni ha colpito Texas e Louisiana, aveva avuto effetti sui mercati energetici mondiali, ma ora il prezzo del U.S. West Texas Intermediate (WTI), la principale varietà di petrolio prodotta nel Golfo, è salito del 5 per cento.

Fonte: The Post Internazionale

Un forte terremoto ha colpito il sud del Messico

Il sisma di magnitudo 8 ha provocato almeno 32 morti. Si tratta della scossa più forte nel paese da oltre cento anni

Credit: Reuters

Un terremoto di magnitudo 8,1 è stato registrato a largo della costa del Messico nella tarda serata di giovedì 7 settembre. Lo ha riferito l’ente di monitoraggio sismico U.S. Geological Survey (USGS).

Il sisma ha provocato almeno 32 vittime, di cui almeno 23 sono decedute nello stato occidentale di Oaxaca e 17 particolare nella città di Juchitán de Zaragoza, almeno altre tre persone sono morte nel crollo di una casa nello stato meridionale del Chiapas e almeno due in quello di Tabasco. Lo hanno riferito Luis Felipe Puente, coordinatore nazionale della Protezione civile messicana e Alejandro Murat, governatore dello stato messicano di Oaxaca.

Il bilancio delle vittime è però destinato a salire.

L’epicentro è stato registrato a largo della costa del Pacifico, 123 chilometri a sudovest della città di Pijijiapan, a una profondità di 33 chilometri. La zona è vicina al confine con il Guatemala. Dopo la prima forte scossa l’autorità sismologica messicana ha registrato una serie di scosse di magnitudo 6, almeno 61 secondo l’ente messicano di controllo dei terremoti.

Diversi stati della federazione messicana hanno chiuso le scuole, in modo da permettere alle autorità di controllare lo stato degli edifici prima di farvi accedere studenti e insegnanti.

Il sisma ha innescato anche uno tsunami di piccole dimensioni nell’oceano Pacifico e danneggiato alcuni edifici. Il Pacific Tsunami Warning Centre ha allertato per il rischio tsunami, oltre al Messico, anche Guatemala, El Salvador, Costa Rica, Nicaragua, Panama e Honduras. Secondo Reuters, l’onda che dovrebbe abbattersi sul centro America raggiunge quasi il metro di altezza.

Il governatore dello stato messicano del Chiapas, Manuel Velasco ha chiesto alla popolazione di evacuare le aree costiere.

Il terremoto ha fatto tremare anche gli edifici della capitale Città del Messico e gli abitanti sono scesi nelle strade, secondo quanto riporta l’agenzia Reuters.

I vetri dell’aeroporto si sono rotti e c’è stato un blackout in numerosi quartieri della capitale.

Un testimone ha riferito all’agenzia Reuters che il cornicione di un hotel è crollato nella città turistica di Oaxaca. Tutti le città degli stati sud occidentali del paese sono state colpite e hanno registrato danni agli edifici.

Secondo il presidente messicano, Enrique Peña Nieto questo terremoto è stato il peggiore avvertito nel paese da oltre un secolo, peggiore quindi della scossa devastante del 1985 che causò migliaia di morti.

Negli ultimi 200 anni il paese centro-americano ha subito 75 terremoti che hanno causato danni e vittime, di cui 60 con una magnitudine superiore o uguale a 7.

Non solo il Messico però è stato colpito, anche il Guatemala ha subito danni a causa del sisma.

Fonte: The Post Internazionale

giovedì 7 settembre 2017

La Catalogna ha approvato la legge per il referendum sull’indipendenza

Il parlamento della regione spagnola ha deciso che la votazione referendaria si terrà l'1 ottobre

Il parlamento catalano applaude all'approvazione della legge sul referendum. Credit: Reuters/Albert Gea

Il parlamento della Catalogna ha votato a favore della legge regionale che permette di convocare il referendum sull’indipendenza dalla Spagna. La consultazione si terrà l’1 ottobre.

A sostenere la decisione sono stati la maggioranza al governo, con a guida Carles Puigdemont e composta anche da altri due movimenti: Uniti per il sì (Juntes pel sì) e il Cup (Candidatura d’unitat popular), un partito di sinistra e favorevole alla separazione da Madrid.

L’opposizione ha protestato lasciando l’aula, mentre i rappresentanti di Podemos – che nel parlamento catalano ha un nome diverso – hanno scelto l’astensione.

La legge – approvata con 72 voti a favore su 135 – serviva per decidere le regole del referendum, dove gli elettori dovranno rispondere alla domanda: “Volete che la Catalogna diventi una repubblica indipendente?”. La votazione referendaria, annunciata subito dopo l’approvazione della legge regionale, si terrà l’1 ottobre e il risultati del giorno successivo saranno vincolanti. Non sarà necessario neppure raggiungere il quorum.

Il governo spagnolo, guidato da Mariano Rajoy, ha criticato questa decisione del parlamento catalano. Per fermare il referendum, l’esecutivo di Madrid ha deciso di fare ricorso alla Corte costituzionale, che già in passato aveva bloccato ogni iniziativa della Catalogna perché ritenute incostituzionali.

Fonte: The Post Internazionale

La Corea del Sud schiera le batterie anti-missile del sistema statunitense THAAD

Tra le proteste della popolazione locale, il governo di Seul sta completando l'installazione delle ultime piattaforme di lancio dei missili statunitensi per proteggersi dalla minaccia di Pyongyang 

Credit: Reuters/Lee Sang-hak

Seul ha schierato le ultime quattro piattaforme di lancio del sistema anti-missilistico statunitense THAAD, progettato per proteggere la Corea del Sud dalle minacce crescenti provenienti da Pyongyang.

Il ministero della Difesa di Seul ha confermato che le ultime batterie del sistema saranno installate su un ex campo da golf vicino a Seongju City, a circa 217 km a sud della capitale sudcoreana. Nello stesso sito risultano già operative due piattaforme di lancio e un potente radar del sistema di difesa THAAD fornito dagli Stati Uniti.

Dalla mattina di lunedì, almeno ottomila poliziotti sudcoreani sono stati schierati nel villaggio di Soseong-ri, lungo l’unica strada che porta al campo da golf, per rompere il blocco dei circa 300 abitanti e gruppi di pacifisti che si oppongono al THAAD.

Secondo un funzionario dei vigili del fuoco di Seongju, Kim Jin-hoon, almeno 38 manifestanti sono rimasti feriti negli scontri con la polizia, di cui 21 sono stati ricoverati in ospedale. “Nessuno dei feriti è in pericolo di vita”, ha detto all’agenzia di stampa Reuters.

I residenti di Soseong-ri sostengono che la loro protesta non ha motivazioni politiche, ma di essere contrari allo schieramento del THAAD, poiché le decine di elicotteri militari, autobus e camion che attraversano la cittadina rurale di 80 residenti hanno cambiato la vita del villaggio in peggio, influendo sulla qualità della vita di un piccolo villaggio contadino.

La decisione di installare il sistema anti-missilistico THAAD, progettato per lanciare missili a breve e medio raggio, ha suscitato forti proteste anche da parte della Cina. Pechino sostiene infatti che il radar in dotazione al sistema di difesa sarà usato per controllare parte del proprio territorio.

Secondo le autorità militari cinesi, la sola presenza di un sistema di questo tipo sconvolge l’intero equilibrio della sicurezza nella regione.

Il ministero della Difesa della Corea del Sud ha invece detto che lo schieramento si è reso necessario a causa dell’imminente minaccia proveniente dalla Corea del Nord. Pyongyang infatti ha proceduto al lancio di diversi missili balistici negli ultimi mesi.

Nonostante il nuovo presidente sudcoreano Moon Jae-in, eletto all’inizio di maggio, si sia detto pronto a un negoziato con Kim Jong Un, la Corea del Nord ha rifiutato di sedersi a un tavolo e instaurare qualsiasi trattativa finché Stati Uniti e Corea del Sud non smetteranno le esercitazioni militari congiunte.

Pyongyang considera infatti tali manovre come operazioni preliminari a un’invasione. L’escalation nella penisola sembra dunque inarrestabile al momento, con scambi di accuse reciproci tra i due schieramenti.

Domenica 3 settembre, Pyongyang ha condotto il suo sesto test nucleare, provocando violente reazioni da parte del Giappone, degli Stati Uniti e dei propri vicini. L’Onu ha condannato l’operato della Corea del Nord e il Consiglio di Sicurezza sta discutendo ulteriori e più forti sanzioni economiche contro il regime di Kim Jong Un.

La proposta dell’ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite Nikki Haley prevede un embargo sull’importazioni petrolifere da parte di Pyongyang, il divieto di esportazione di materiali tessili dal paese e la proibizione di assumere lavoratori nordcoreani.

Queste misure sono però avversate da Cina e Russia. A margine del vertice dei paesi BRICS tenutosi in Cina tra il 3 e il 5 settembre, il presidente russo Vladimir Putin ha infatti criticato la volontà statunitense di imporre nuove sanzioni.

“Gli scambi commerciali sono già praticamente pari a zero”, ha detto Putin, riferendosi ai rapporti tra Mosca e Pyongyang. Il presidente russo ha poi fatto un paragone storico.

“Tutti ricordano bene cosa è successo in Iraq, Saddam Hussein aveva rinunciato alla produzione di armi di distruzione di massa ma con il pretesto della ricerca proprio di queste armi, è stato distrutto il paese e Saddam è stato impiccato. In Corea del Nord lo sanno bene tutti e se lo ricordano”.

Fonte: The Post Internazionale

Perché è assurdo credere che i migranti portino la malaria

Due esponenti di Amref Health Africa spiegano a TPI cosa c'è di sbagliato in questa credenza

Credit: Reuters

“Ci stiamo battendo in queste ore affinché il caso di Sofia Zago non sia strumentalizzato dalle campagne mediatiche e politiche che alimentano l’odio contro i migranti”. Guglielmo Micucci, direttore di Amref Health Africa in Italia, parla a TPI delle bufale sul caso della bambina di Trento morta di malaria all’ospedale di Brescia.

“Quella cui ci troviamo di fronte è una tragedia, ma non dobbiamo strumentalizzarla. La malaria è una malattia terribile presente in tutto il mondo: i dati del 2015, parlano di 300 milioni di casi. Fra questi, 300 milioni annui, di cui il 90 per cento in Africa e 500mila morti ogni anno. Parliamo di migliaia di bambini. Ma è una tragedia che non tocca l’Italia, i numeri parlano chiaro”.

Sul processo di trasmissione cosa può dirci?

La malaria è una malattia che da anni è studiata dagli scienziati. Si parla già di una prima sperimentazione per un vaccino-test tra il 2018 e il 2020. Ma la letteratura medica sul tema già attesta che non c’è un processo di migrazione della malaria dall’Africa all’Europa.

Legare le migrazioni delle popolazioni africane a questa malattia è semplicemente una bufala. Si tratta, lo ripeto, di una schifosa strumentalizzazione.

In Italia cosa sta succedendo?

Quello che avviene è già sotto il controllo dell’Istituto superiore di sanità. I rischi che ci sono attualmente sono dovuti all’aumento dei movimenti globali dell’essere umano, come il trasporto delle zanzare nelle valigie, ma riguardano movimenti globali di persone che vanno ben oltre il concetto di migrazione.

Il rischio riguarda tutte le malattie trasmissimili e che possono ripresentarsi con casi isoalti in paesi dove non sono più presenti.

Chi si ammala in Africa e giunge nel nostro paese può contagiare altre persone?

Questa è un’assurdità. Le faccio un esempio per smontare questa bufala. Qualche anno fa, all’epoca dell’ebola, si credeva che la malattia sarebbe arrivata anche in Italia sempre a causa delle migrazioni.

Una persona che ha contratto l’ebola e viaggia nel Mediterraneo non sopravvive, perché il fisico non resiste. Con la malaria il processo di incubazione è sicuramente diverso e più lungo, ma la questione non cambia molto. Quando parliamo di cinque milioni di infetti, parliamo di persone debilitate. Se io prendo la malaria ho un fisico che mi permette di rispondere, ma quando la malattia tocca categorie più vulnerabili ha un processo di violento e porta velocemente alla morte.

È ridicolo pensare che un migrante malato sia in grado di percorrere l’intero tragitto, giungere in Libia e da lì partire per l’Italia, riuscendo a sopravvivere.

C’è quindi da avere paura?

Assolutamente no. Sul caso della bambina morta a Brescia non si conoscono le circostanze del contagio. Questo è l’unico che si sia mai presentato in Italia, paese nel quale sono giunti 200mila migranti solo quest’anno.

Senza considerare che il numero degli italiani che vanno in vacanza in Africa è tre volte superiore. È più facile che una zanzara sia portata nelle valigie piuttosto che il processo inverso.

***

Sul caso abbiamo intervistato anche Jared Oule, esperto di malaria per Amref.

Come si trasmette la malaria?

È una malattia che si trasmette con il morso di una zanzara anofele femmina infetta.

Disponiamo di prove di trasmissione da essere umano a essere umano?

Esistono indizi di trasmissioni congenite, ma non sono mai state quantificate. È anche possibile trasmettere la malaria per via sanguigna, con le trasfusioni, se un donatore di sangue non ha ricevuto i controlli specifici per la malattia.

Qual è la distanza maggiore che può percorrere una zanzara?

Il raggio di spostamento normale di una zanzara è di circa un chilometro, ma grazie al vento può arrivare fino a 10 chilometri.

Qual è la probabilità di morte se la malaria è diagnosticata e trattata in tempo?

In Kenya chiediamo di cercare cure immediate, ossia entro 24 ore dall’arrivo della febbre per evitare complicazioni e casi gravi, che possono diventare fatali. Il tasso di mortalità dipende dalla presenza o meno di complicazioni nell’infezione al momento della diagnosi e dalla disponibilità di strumenti negli istituti. Se è riconosciuta come severa, le probabilità di morte sono significativamente maggiori rispetto al caso contrario.

Esistono vaccini per la malaria?

La maggior parte dei vaccini contro la malaria sono in fase sperimentale. Il vaccino più avanzato utilizzato si chiama RTSS. Ha passato la fase tre della sperimentazione ed è al momento sottoposto al sistema di approvazione dell’Oms.

Le difficoltà nell’ottenere vaccini contro la malaria includono i costi di sviluppo e la natura temporanea dell’immunità data dalle vaccinazioni. Un vaccino sarà testato in Kenya e in altri due paesi africani il prossimo anno.

Fonte: The Post Internazionale

martedì 5 settembre 2017

Cosa ha detto il ministro Alfano sui rapporti tra Italia ed Egitto sul caso Regeni


Si è tenuta il 4 settembre 2017 presso la sala del Mappamondo della Camera dei Deputati, l’Audizione del Ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, Angelino Alfano, sui rapporti tra l’Italia e l’Egitto, chiamato a conferire sugli sviluppi delle indagini sulla morte di Giulio Regeni, il ragazzo italiano di 28 anni trovato morto il 3 febbraio 2016 in un fosso alla periferia del Cairo, con il corpo che mostrava evidenti segni di tortura.

“L’Egitto è un partner ineludibile dell’Italia, esattamente come l’Italia è partner ineludibile per l’Egitto. Nonostante siamo consapevoli della criticità dei rapporti bilaterali tra i due paesi, le attività economiche e di collaborazione non possono essere recise. Essere assenti da quei processi vuol dire che saranno altri paesi a portarli avanti, questa nostra assenza non recherà vantaggio nella ricerca della verità per Giulio”.

“Il giorno del ritrovamento del cadavere di Giulio Regeni i rapporti bilaterali hanno subito un duro colpo, l’omicidio Regeni è una grave ferita per le nostre coscienze, per tutti noi e per un intero paese. Ma è impossibile per i nostri paesi non avere un’interlocuzione politico-diplomatica di alto livello”.

Il ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo

Il 15 agosto la Farnesina aveva annunciato il ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo, richiamato nell’aprile del 2016 a causa della mancata collaborazione sul caso Regeni.

“Inviando al Cairo un diplomatico di comprovato livello come l’ambasciatore Giampaolo Cantini, il governo intende rafforzare l’impegno politico e morale per la ricerca della verità sulla scomparsa di Giulio Regeni. Cantini ha ricevuto istruzioni precise sugli obietti del suo mandato e dovrà seguire in via prioritaria le indagini sul caso”.

Sviluppi inchiesta sulla morte di Giulio Regeni

“I magistrati egiziani hanno soddisfatto in modo ancora parziale ma crescente le richieste contenute nelle rogatorie. Un nuovo incontro tra le due procure dovrebbe svolgersi a settembre. Ho chiesto al mio omologo egiziano incontrato a Washington di fare in modo che gli atti su Giulio Regeni richiesti dalla procura di Roma le vengano trasmessi. Il governo italiano ha sostenuto con passo politico-diplomatico il lavoro investigativo della procura di Roma. Continueremo a sostenere la Procura di Roma nella ricerca della verità”.

I rapporti tra Italia ed Egitto

“Per quanto complesso il rapporto di cooperazione, i paesi condividono rischi e minacce per la sicurezza in tema di terrorismo. L’Egitto è e resta un partner privilegiato mai considerato un impedimento, semmai un incentivo. Le indagini dovranno proseguire con vigore, lo dobbiamo a Giulio, alla famiglia, e a tutti gli italiani”.

“La ripresa di un dialogo bilaterale tra Italia ed Egitto è interesse nazionale dell’Italia. Cantini curerà l’intero spettro dei rapporti a partire dalla nostra comunità che conta circa 6000 connazionali residenti”.

Fonte: The Post Internazionale

Per gli Stati Uniti la Corea del Nord “sta implorando di fare la guerra”


Il leader della Corea del Nord Kim Jong-un “sta implorando per fare la guerra”, ha dichiarato l’ambasciatrice statunitense Nikki Haley durante la riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Questa affermazione arriva il giorno dopo il sesto test nucleare nordcoreano del 3 settembre e poche ore dopo che le autorità della Corea del Sud hanno dichiarato che Pyongyang starebbe preparando il test di un nuovo missile balistico.

Nikki Haley ha inoltre notato come le diverse risoluzioni adottate finora dall’Onu per cercare di fermare il programma nucleare nordcoreano non abbiano al momento funzionato e ha aggiunto che gli Stati Uniti non vogliono la guerra, ma la loro pazienza non è illimitata.

Adesso, secondo le dichiarazioni dei diplomatici ci si aspetta che in settimana venga adottata una nuova risoluzione da parte del Consiglio di Sicurezza Onu contro la Corea del Nord e il suo programma nucleare.

Nel frattempo, la Corea del Sud ha attuato una serie di esercitazioni in cui è stato simulato l’attacco contro un sito nucleare nordcoreano. Secondo Seoul, inoltre, Pyongyang starebbe preparando nuovi test di missili balistici.

Fonte: The Post Internazionale

domenica 3 settembre 2017

Almeno 75mila rohingya stanno fuggendo dalla Birmania

Credit: Reuters/Soe Zeya

Quasi 75mila musulmani rohingya stanno fuggendo dalle violenze in Birmania per cercare rifugio in Bangladesh, dove i campi profughi sono ormai pieni. Da quando le violenze sono scoppiate, lo scorso 25 agosto, migliaia di persone cercano di attraversare il confine tra i due paesi.

“La maggior parte delle persone in arrivo sono completamente esauste, alcune di loro dicono che non hanno mangiato per giorni e alcuni sono completamente traumatizzati dalle loro esperienze”, ha detto Vivian Tan, portavoce regionale per l’UNHCR, citato da Al Jazeera.

In Birmania le forze di sicurezza si stanno scontrando con i musulmani rohingya. Tutto è iniziato il 25 agosto, quando alcuni combattenti appartenenti alla minoranza musulmana hanno attaccato 30 avamposti militari tra stazioni della polizia e basi di frontiera in Birmania. Gli scontri sono continuati per oltre 24 ore. Alla fine oltre 100 persone, la maggior parte militanti rohingya, sono rimasti uccisi negli scontri con le forze di sicurezza birmane.

Da quel giorno i villaggi rohingya sono soggetti a spedizioni punitive e uccisioni di massa da parte delle forze dell’ordine.

Le condizioni degli esuli rohingya in molti casi sono precarie, a causa di malattie respiratorie, infezioni, malnutrizione. Le strutture sanitarie al confine sono insufficienti per affrontare l’afflusso di migliaia di profughi.

Le Nazioni Unite ritengono che il governo della Birmania stia compiendo una pulizia etnica ai danni della minoranza, e lo accusano di crimini contro l’umanità.

Le autorità birmane affermano invece che i musulmani rohingya siano pericolosi “terroristi estremisti”.

Fonte: The Post Internazionale

La Corea del Nord ha annunciato di aver testato una bomba a idrogeno

Gli analisti invitano a trattare con cautela i proclami della Corea del Nord, ma la preoccupazione internazionale cresce. Dopo l'esplosione è seguito un terremoto di magnitudo 6,3. La bomba testata potrebbe essere 5 volte più potente dell'atomica di Nagasaki


La Corea del Nord ha annunciato di aver testato con successo un’arma nucleare che potrebbe essere caricata su un missile balistico a lungo raggio.

Lo stato comunista ha dichiarato che il suo sesto test nucleare è stato un “successo perfetto”. L’esperimento nucleare, con una potenza di 100 chilotoni, avrebbe provocato un terremoto di 9,8 volte più potente di quello provocato dal test nucleare del settembre 2016. Un chilotone corrisponde all’energia liberata dall’esplosione di una quantità di mille tonnellate di tritolo.

I rapporti iniziali della US Geological Survey hanno riferito inizialmente che il terremoto seguito al test aveva una magnitudo di 5,6 e una profondità di 10 chilometri (sei miglia), successivamente aggiornato a una magnitudo di 6,3. Questo lo renderebbe il test nucleare più potente della Corea del Nord fino ad oggi.

Pyongyang ha detto di aver testato una bomba a idrogeno miniaturizzata, un dispositivo più potente di una bomba atomica. Potrebbe essere fino a 4 o 5 volte più potente della bomba di Nagasaki usata dagli Stati Uniti alla fine della Seconda guerra mondiale, secondo quanto riferisce il quotidiano britannico Guardian.

Gli analisti dicono che le affermazioni dovrebbero essere trattate con cautela, ma la capacità nucleare della Corea del Nord sta avanzando rapidamente.

La Corea del Nord aveva già effettuato altri cinque test, sfidando le sanzioni delle Nazioni Unite e la pressione internazionale per arrestare lo sviluppo di armi nucleari e per frenare i test di missili che potenzialmente potrebbero raggiungere gli Stati Uniti.

I funzionari della Corea del Sud hanno riferito che l’ultima prova è avvenuta nella contea di Kilju, a Punggye-ri, nel nord del paese.

Il Giappone ha fermamente condannato l’esperimento e il presidente sudcoreano Moon Jae-in ha chiesto un Consiglio di sicurezza di emergenza, sostenendo che servono “Tutte le misure diplomatiche incluse nuove sanzioni Onu per isolarla completamente”.

“Non è ancora una vera bomba a idrogeno, ma è certamente la cosa che gli si avvicina di più tra quelle mai provate prima”, ha riferito l’analista statunitense Bruce Bennett alla Bbc. Anche la Cina sarebbe preoccupata per la dimensione dell’esplosione.

Gli analisti invitano a trattare con cautela i proclami della Corea del Nord, ma la preoccupazione internazionale cresce. Si tratta del primo test nucleare da quando è presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ma il sesto nella storia del paese asiatico.

Trump ha commentato su Twitter il test nucleare, dicendo che si tratta di azioni ostili e pericolose per gli Stati Uniti:
La Corea del Nord è una nazione canaglia, sta diventando una grande minaccia e un imbarazzo per la Cina che sta cercando di aiutare, ma con scarso successo”:
E ancora: La Corea del Sud lo sta capendo adesso, io glielo avevo detto che il dialogo non funziona, che la Corea del Nord capisce una cosa sola”:
Fonte: The Post Internazionale

giovedì 31 agosto 2017

38 morti per l’uragano Harvey

E ci sono circa 32.000 persone in centri di accoglienza, mentre alcuni posti in Texas sono ancora inaccessibili anche via barca

(Icon Sportswire via AP Images)

Le autorità locali del Texas hanno detto che fin qui almeno 38 persone sono morte per gli eventi collegati all’uragano Harvey, che da ieri ha perso ulteriormente intensità diventando una “depressione tropicale” e si è spostato dal Texas verso la Louisiana e il Mississippi.

Tra i morti, ha scritto il New York Times, ci sono anche un agente di polizia, una donna che è stata trascinata in un canale, una donna che è morta nella sua casa schiacciata da un albero e una famiglia annegata mentre cercava di allontanarsi in auto da una zona allagata. Il numero dei morti, hanno detto le autorità, potrebbe ancora salire. A Beaumont una bambina è stata salvata dopo essere stata trovata aggrappata al corpo morto di sua madre, trascinato dalla corrente in una zona allagata. A Corsby, poco fuori Houston, ci sono state due esplosioni in un impianto chimico e un agente di polizia è stato ricoverato in ospedale dopo aver respirato dei fumi usciti dall’impianto. L’incidente è stato causato dallo spegnimento degli impianti di raffreddamento di alcuni magazzini della società che gestisce la struttura, la francese Arkema, ha detto che potrebbero esserci altre esplosioni.

Lo stabilimento chimico di Crosby, rimasto allagato e senza corrente per 3 giorni (Godofredo A. Vasquez / Houston Chronicle)

Mentre in alcune parti del Texas ha smesso di piovere ed è passato il momento peggiore della tempesta, enormi aree dello stato sono ancora allagate e inaccessibili. In tutto il Texas circa 32.000 persone sono ospitate in centri di accoglienza per via degli allagamenti e in migliaia potrebbero rimanere bloccati fuori dalle loro case per giorni. La zona più gravemente colpita, quella intorno a Houston, ha una popolazione di circa 11 milioni di persone che vivono in 50 contee e più di 300 città: e fuori da Houston – dove da oggi la situazione sembra essere un po’ migliorata e hanno riaperto parzialmente due aeroporti – ci sono le situazioni peggiori, con zone che non sono raggiungibili nemmeno via barca. In tutto, per aiutare con i soccorsi nel sud est del Texas, sono stati mobilitati 24.000 uomini della Guardia Nazionale.



Fonte: Il Post

Lady Diana, storia della principessa del popolo

Dal matrimonio con il principe Carlo all'incidente d'auto del 1997, la vita della principessa amata dai cittadini britannici, a vent'anni dalla sua morte

Lady Diana in uno scatto del 1987

Era il 31 agosto del 1997 quando la Mercedes nera su cui viaggiavano Lady Diana e il compagno Dodi Al-Fayed, si schiantò contro il tredicesimo pilastro del tunnel del Pont de l’Alma a Parigi. Dodi Al-Fayed e l’autista Henri Paul morirono sul colpo, la principessa del Galles morì qualche ora dopo all’ospedale parigino Pitié-Salpêtrière.

Nonostante non fosse più Altezza reale dopo il divorzio dal principe Carlo, a Lady Diana furono riservate le pubbliche esequie, in seguito alle reazioni del popolo britannico, fortemente legato alla principessa. A Londra, in quell’occasione, si riversarono quasi tre milioni di persone per renderle omaggio.

Il funerale, celebrato nell’abbazia di Westminster, passò alla storia anche per l’omaggio di Elton John, che cantò Candle in the Wind, la canzone scritta in onore di Marilyn Monroe e riadattata per la principessa Diana.



Lady D, la principessa del popolo

Diana Spencer, nata nel 1961 e figlia del conte di Spencer, ottenne il titolo di Lady nel 1975. Due anni dopo conobbe il principe Carlo a una battuta di caccia, quando il figlio della regina Elisabetta era fidanzato con Sarah, la sorella di Diana. Diana sposò l’erede al trono britannico nel 1981. Pochi mesi dopo venne annunciato che Lady Diana era incinta del primo figlio, William.

Durante la sua vita da consorte dell’erede al trono della Monarchia britannica, la principessa, sia per doveri reali che per inclinazione personale, fu molto attiva nell’ambito del sociale e della filantropia, interessandosi a cause umanitarie come l’Aids e la lebbra, e alla campagna anti-mine.

La principessa attirò da subito l’interesse della stampa e del pubblico, diventando uno dei personaggi britannici più amati dal popolo, molto più di altri membri della famiglia reale, e un simbolo della cultura pop degli anni Ottanta e Novanta.

La pressione costante che subiva, in particolare dalla stampa, per il suo ruolo di consorte dell’erede al trono di una delle monarchie più importanti d’Europa, e le difficoltà nel suo matrimonio, accrebbero i disturbi mentali di cui soffriva, in un periodo in cui questi erano visti con sospetto. Ebbe problemi di bulimia e tentò più volte il suicidio.

Il divorzio

All’inizio degli anni Novanta il principe e la principessa del Galles ammisero pubblicamente il fallimento del loro matrimonio, che però iniziava a incrinarsi già nel 1985. In quegli anni la principessa di Galles iniziò una relazione con il suo istruttore di equitazione, il maggiore James Hewitt, e il principe continuò la relazione, probabilmente mai interrotta, con Camilla Parker-Bowles, la sua attuale moglie.

Nel 1992 venne pubblicato il libro di Andrew Morton, Diana – La sua vera storia, in cui si narrano i tradimenti di Carlo, l’infelicità di Diana e i suoi tentativi di suicidio. Quel libro fece grande scalpore.

Il popolo britannico e l’opinione pubblica in generale non nascosero la loro predilezione nei confronti della principessa, anche dopo il divorzio da Carlo. Diana Spencer perse il titolo di Altezza Reale, rimanendo Diana, Principessa di Galles. Ma essendo madre del secondo e terzo in linea di successione al trono, rimase membra della Famiglia Reale.

Dopo il divorzio formale con Carlo, Diana frequentò il cardiochirurgo di origine pakistana Hasnat Khan, con cui ruppe il rapporto nel giugno 1997. Poche settimane dopo Diana iniziò a frequentare Dodi Al-Fayed, figlio di Mohamed Al-Fayed, imprenditore egiziano proprietario del celebre Hôtel Ritz di Parigi. Fu mentre era in sua compagnia durante un soggiorno a Parigi, che la principessa, insieme ad Al-Fayed e all’autista, morì.

La morte

Sulla morte di Lady D furono fatte pesanti speculazioni mediatiche e non furono pochi quelli che gridarono al complotto, secondo cui l’incidente fu in realtà un omicidio, ordinato dalla Casa reale ed eseguito dai servizi segreti britannici. In una lettera scritta pochi mesi prima del decesso e consegnata all’ex maggiordomo, la principessa accusa Carlo di volerla uccidere simulando un incidente d’auto.

La notte della morte, il 31 agosto di vent’anni fa, Lady Diana e Al-Fayed, per sfuggire all’assalto dei paparazzi, uscirono da una porta secondaria dell’Hotel Ritz dove si trovavano, per dirigersi in un appartamento di Dodi. Le inchieste portate avanti dalla polizia francese e da quella britannica giunsero alla stessa conclusione, cioè che la causa dell’incidente fu la guida dell’autista, sotto effetto di alcol e psicofarmaci. Lady D e Dodi Al-Fayed non indossavano le cinture di sicurezza.

Lady Diana, la principessa triste, aveva soltanto 36 anni quando morì.

Fonte: The Post Internazionale

mercoledì 30 agosto 2017

L’Italia ha fatto un accordo con i trafficanti di migranti?

Lo sostiene un'inchiesta molto dettagliata di Associated Press, smentita dal governo ma confermata da una delle milizie coinvolte

(ANGELOS TZORTZINIS/AFP/Getty Images)

Un’inchiesta pubblicata ieri da Associated Press ipotizza che per fermare il flusso di migranti dal Nord Africa il governo italiano abbia stretto degli accordi con due potenti milizie libiche che solo qualche tempo fa erano direttamente coinvolte nello stesso traffico. Il governo italiano ha smentito di avere un accordo di questo tipo e rispondendo ad AP ha detto che «non negozia con i trafficanti». L’inchiesta sembra comunque molto solida e cita molte e varie fonti, fra cui il portavoce di una delle due milizie coinvolte che ha confermato l’accordo con le autorità italiane.

L’approccio del governo italiano in Libia – un paese che da circa cinque anni non ha un governo funzionante, e che è diventato la tappa finale di decine di migliaia di migranti diretti in Europa – è stato molto lodato dagli altri paesi europei, e dal punto di vista dei numeri sta portando dei risultati. Nell’agosto 2017 sono sbarcati sulle coste italiane solo 3.507 migranti, contro i 21.294 dell’agosto 2016. In molti però hanno criticato il governo italiano per aver stretto accordi con partner poco affidabili come il governo di Fayez al Sarraj, che controlla quasi solo il territorio della città di Tripoli, e la sua Guardia costiera, un’accozzaglia di bande armate che è difficile descrivere come un unico corpo di polizia. L’inchiesta di Associated Press porta le accuse al governo italiano a un altro livello: lo accusa di aver saltato l’intermediazione di Sarraj e aver stretto accordi direttamente con gli stessi personaggi che fino a poco tempo fa erano in combutta con i trafficanti.

In Libia le milizie armate hanno riempito il vuoto di potere che si è creato dalla caduta del regime di Gheddafi: secondo Nancy Porsia, giornalista esperta di Libia, oggi fanno parte di un sistema che «permea tutta la struttura della società» libica. Fra le altre cose le milizie controllano anche i centri di detenzione per migranti (dove i diritti umani vengono sistematicamente violati).

Le due milizie di cui parla Associated Press si chiamano “Martire Abu Anas al Dabbashi” e “Brigata 48” ed entrambe hanno la sede a Sabratha, una piccola città non distante da Tripoli che negli ultimi mesi è diventata il principale punto di partenza dei barconi e gommoni dei migranti. La prima milizia è sicuramente nota ai funzionari italiani: dal 2015 si occupa della sicurezza dell’impianto di Eni per l’estrazione di petrolio nel vicino paese di Mellita. La seconda è stata oggetto di un’inchiesta di Reuters pubblicata il 21 agosto, che descriveva l’efficacia della campagna anti-trafficanti in corso a Sabratha. I capi delle milizie sono due fratelli che provengono dal clan che controlla la città, quello dei Dabbashi.

Cinque fonti fra funzionari di sicurezza e attivisti hanno confermato ad Associated Press che entrambe le milizie erano coinvolte nel traffico di migranti: una di loro ha definito i fratelli Dabbashi i “re del traffico di migranti” a Sabratha. «I trafficanti di ieri sono le forze anti-trafficanti di oggi», ha raccontato una fonte di sicurezza libica sentita da Associated Press. Non sarebbe l’unico caso di autorità libiche coinvolte in questi traffici: secondo un recente rapporto dell’ONU (PDF) il capo della Guardia costiera di Zawiyah, una città vicino a Sabratha, è contemporaneamente a capo di una milizia in combutta coi trafficanti. In questa storia c’è anche un dettaglio piuttosto inquietante: secondo il giornalista del Foglio Daniele Raineri, la stesso clan Dabbashi aveva espresso anche il capo locale dello Stato Islamico, Abdullah “Abu Maria” Dabbashi, poi ucciso ad aprile.

Abdel Salam Helal Mohammed, un dirigente del ministro degli Interni del governo di Tripoli che si occupa di immigrazione, ha raccontato che l’accordo è stato raggiunto durante un incontro fra italiani e membri della milizia Al Ammu, che si sono impegnati a fermare il traffico di migranti (cioè loro stessi o dei loro alleati, in sostanza). Dell’incontro aveva parlato anche la giornalista Francesca Mannocchi in un articolo pubblicato da Middle East Eye il 25 agosto, senza però trovare conferme ufficiali. Anche il portavoce di Al Ammu, Bashir Ibrahim, ha confermato ad Associated Press che circa un mese fa entrambe le milizie hanno stretto un accordo “verbale” col governo italiano e quello di Sarraj per fermare i trafficanti. Sempre secondo Bashir, l’accordo prevede che in cambio del loro aiuto le milizie ottengano soldi, barche e quello che Associated Press definisce “equipaggiamento” (non è chiaro se si tratti o meno di armi).

L’accordo è stato confermato anche da due attivisti locali che si occupano dei diritti umani dei migranti, che hanno aggiunto che le stesse milizie hanno preso il controllo della prigione della città per ospitare i migranti bloccati e che stavano preparando una pista d’atterraggio nei pressi dell’ospedale per ricevere aiuti umanitari dall’Italia. Sulla sua pagina Facebook, Daniele Raineri ha pubblicato una foto dell’ambasciatore italiano in Libia Giuseppe Perrone vicino a “un aereo carico di aiuti medici italiani” atterrato il 16 agosto in città. Una settimana dopo, il ministero degli Esteri italiano ha fatto sapere di aver consegnato 5.000 “kit igienico-sanitari e di primo soccorso per migranti” alla città di Zuwara, mentre non viene citata alcuna consegna avvenuta a Sabratha.

«Quello che gli italiani stanno facendo a Sabratha è davvero sbagliato», ha raccontato ad Associated Press uno degli attivisti contattati, Gamal al Gharabili: «state accrescendo il potere delle milizie».

Fonte: Il Post

La Corea del Nord minaccia nuove operazioni militari nel Pacifico

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato all'unanimità Pyongyang per il lancio del dispositivo, definito “scandaloso”. Ma non approva nuove sanzioni

Credit: Reuters

Dopo che per la prima volta un missile balistico nordcoreano ha sorvolato il Giappone lo scorso 29 agosto, la Corea del Nord ha fatto sapere che la mossa rappresenta solo il primo passo delle operazioni militari che ha intenzione di compiere nel Pacifico, aprendo ad altri possibili lanci.

Al centro delle nuove minacce c’è ancora una volta l’isola di Guam, che è territorio statunitense e ospita basi militari americane.

Il missile lanciato martedì 29 agosto dalla Corea del Nord ha sorvolato l’isola giapponese di Hokkaido, facendo scattare i sistemi di allarme nipponici, prima di cadere in mare.

Intanto, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite in una riunione d’emergenza del 29 agosto ha condannato all’unanimità Pyongyang per il lancio del dispositivo. L’organismo Onu ha definito l’azione “scandalosa” e ha chiesto alla Corea del Nord di interrompere i test missilistici.

Il Consiglio di sicurezza ha detto che gli atti del paese asiatico rappresentano una minaccia per tutti i paesi Onu, ma non ha approvato nuove sanzioni verso Kim Jong-Un.

Russia e Cina sostengono che le attività militari degli Stati Uniti nel Pacifico hanno contribuito a far crescere la tensione e chiedono negoziati con Pyongyang. Invece, Giappone e Corea del Sud chiedono che sia “alzata al massimo” la pressione nei confronti della Corea del Nord, la cui condotta hanno definito “violenta”.

Fonte: The Post Internazionale

martedì 29 agosto 2017

La Corea del Nord ha lanciato un missile che ha sorvolato il Giappone

Il primo ministro giapponese Abe ha definito il gesto di Pyongyang “una minaccia senza precedenti”


La Corea del Nord ha lanciato un missile che ha sorvolato il nord del Giappone, secondo quanto riferiscono le autorità sudcoreane e giapponesi.

L’ordigno si è distrutto spezzandosi in tre parti ed è poi caduto 1.180 chilometri al largo dell’isola di Hokkaido.

Il lancio del missile ha fatto scattare i sistemi di allerta in Giappone e il governo ha chiesto ai suoi cittadini di rimanere in casa e di prendere le dovute precauzioni.

Il premier giapponese Shinzo Abe ha definito il lancio una “minaccia senza precedenti” nei confronti del suo paese. Il Consiglio di sicurezza Onu ha disposto una riunione d’emergenza in risposta al lancio.

La Corea del Nord di recente ha eseguito numerosi test missilistici, ma è la prima volta che una sua arma balistica sorvola il Giappone. Secondo le autorità giapponesi si è trattato di un missile balistico a raggio intermedio.

Abe ha detto che sta facendo il possibile per proteggere il suo popolo. “Faremo di tutto per proteggere le vite della nostra popolazione”, ha dichiarato.

L’esercito giapponese non ha tentato di intercettare il missile, che ha sorvolato il territorio giapponese alle 6:06 di mattina ora locale (23:06 in Italia).

Il missile è stato lanciato dalla regione di Sunan, vicino alla capitale nordcoreana di Pyongyang poco prima delle 6:00 di mattina, ora locale.

(Nella foto qui sotto: il tragitto del missile nordcoreano che ha sorvolato il Giappone).


Recentemente il leader della Corea del Nord Kim Jong-Un aveva minacciato gli Stati Uniti e nello specifico l’isola di Guam, territorio statunitense (cos’è e perché appartiene agli Stati Uniti).

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump gli aveva risposto che Pyongyang affronterà “fuoco e furia mai visti” se avesse minacciato ancora gli Stati Uniti. (Ma cosa intendeva davvero con quel “fuoco e furia”?).

Il Pentagono ha confermato l’esecuzione del lancio. Intanto, il segretario di Stato statunitense Rex Tillerson e il ministro degli Esteri della Corea del Sud si sono detti concordi nel considerare ulteriori sanzioni contro Pyongyang dopo la nuova minaccia messa in atto.
Fonte: The Post Internazionale

Cos’è stato deciso al vertice di Parigi sui migranti

Approvato un piano che prevede centri di ricollocamento nei paesi di transito dei profughi in Africa. Si apre alla revisione del sistema di Dublino

Credit: Charles Platiau

Si è tenuto il 28 agosto a Parigi un vertice sulla gestione dei flussi migratori a cui hanno partecipato il premier italiano Paolo Gentiloni, il presidente francese Emmanuel Macron, la cancelliera tedesca Angela Merkel, e il premier spagnolo Mariano Rajoy.

All’incontro erano presenti anche Idriss Déby, presidente del Ciad, e Mahamadou Issoufou, presidente del Niger, insieme al capo del governo libico, Fayez El Sarraj, e all’Alta rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri, Federica Mogherini.

Il vertice riguardava la discussione di nuove politiche di cooperazione per la gestione dei flussi migratori provenienti dalla Libia.

Alla conclusione dell’incontro il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha detto che “nelle ultime settimane, negli ultimi mesi, anche nella rotta del Mediterraneo centrale abbiamo conseguito dei risultati, ma sono risultati iniziali che vanno consolidati”. Gentiloni ha auspicato che l’impegno sui flussi migratori diventi “un impegno europeo”.

I paesi presenti hanno concordato un piano d’azione che prevede l’introduzione di campi di ricollocazione in territorio africano, dove i migranti siano identificati e sia stabilito quali di questi hanno diritto all’asilo in Europa. Questi saranno accolti in Ue, mentre i cosidetti “migranti economici” saranno rimpatriati nei paesi d’origine.

“Abbiamo dato il via libera a un piano d’azione a breve termine rapido: è la risposta più efficace al fenomeno dei trafficanti di esseri umani che ha provocato un cimitero”, ha dichiarato il presidente francese Emmanuel Macron.

I leader europei hanno lodato l’accordo di cooperazione sui flussi migratori tra Italia e Libia, ritenuto meritevole di aver ridotto il numero degli sbarchi sulle coste italiane nelle ultime settimane.

Altro punto cruciale è la necessità di stabilità in Libia, per il quale è stato sancito il sostegno all’accordo di pace tra le tribù del sud del paese e la cooperazione per la creazione di una guardia di frontiera libica.

“Chiaramente l’Italia e la Libia sono elemento fondamentale come interfaccia, ringrazio quindi il presidente libico Fayez Al Serraj e il presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni”, ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel, che in un’intervista al giornale Welt am Sonntag la scorsa domenica aveva già dichiarato che i profughi dovrebbero essere distribuiti in modo solidale a livello europeo, senza gravare esclusivamente su Italia e Grecia.

“Penso che gli hotspot non siano proprio il termine ideale per designare dei centri di ricollocazione”, ha aggiunto Merkel. “Il sistema Dublino deve essere rivisto, non offre soluzioni soddisfacenti, i paesi cosiddetti d’arrivo sono sfavoriti. Visto che non c’è solidarietà reale, dobbiamo trovare nuove soluzioni”.

Fonte: The Post Internazionale

domenica 27 agosto 2017

Almeno cinque persone sono morte in Texas a causa dell’uragano Harvey

La tempesta è nata nel Golfo del Messico e i suoi venti hanno raggiunto una velocità di oltre 100 chilometri orari, causando già milioni di dollari di danni

Credit: Reuters

Malgrado sia stato declassato a tempesta tropicale, negli Stati Uniti almeno cinque persone sono morte da quando l’uragano Harvey ha colpito la costa dello stato meridionale del Texas.

Una persona infatti è morta a Rockport, una cittadina costiera situata sulla Live Oak Peninsula, in riva al Golfo del Messico, in Texas. Una donna è invece deceduta a Houston, capoluogo della contea di Harris, sulla costa centrale dello stato.

Altre mille persone sono state già tratte in salvo nella stessa città di Houston dall’intervento dei servizi di emergenza. Molti erano rimasti intrappolati nelle proprie auto o nelle abitazioni a seguito delle piogge torrenziali che stanno colpendo tutto il sud dello stato del Texas.

L’uragano ha colpito per prima la costa di Copano Bay nei pressi della città industriale di Corpus Christi. L’area conta almeno 350 mila abitanti, qui la tempesta ha provocato decine di feriti a causa dei crolli e dei danni provocati dal forte vento.

Harvey ha poi causato diversi black-out, almeno 155mila texani sono infatti rimasti senza luce. La regione colpita dal ciclone conta un gran numero di raffinerie che producono oltre 5 milioni di barili di petrolio al giorno.

Diverse compagnie petrolifere hanno già chiuso i propri impianti ed evacuato anche le piattaforme di trivellazione al largo della costa degli Stati Uniti.
L’uragano è stato declassato a tempesta tropicale dal centro federale per la previsione degli uragani (Nhc). Il pericolo maggiore però, secondo il National Hurricane Center, è ora rappresentato dalle piogge in arrivo, destinate a provocare inondazioni potenzialmente mortali.

Le previsioni annunciano almeno 60 centimetri di pioggia per i prossimi giorni. Le autorità si attendono poi un aumento del livello del mare fino a quattro metri. L’area costiera tra il Messico e lo stato meridionale della Louisiana.

Il governatore del Texas, Greg Abbott ha già ottenuto per decreto del presidente Trump il riconoscimento dello stato di calamità naturale.

Centinaia di membri della Guardia nazionale sono stati richiamati proprio da Abbott per far fronte ai danni provocati da quello che è stato definito il più potente uragano che abbia mai colpito gli Stati Uniti negli ultimi 11 anni.

Fonte: The Post Internazionale

In Venezuela il presidente Maduro addestra i civili in previsione di un attacco militare statunitense

Donald Trump aveva aperto alla possibilità di un'intervento armato nel paese latinoamericano da parte degli Stati Uniti. Il ministro della Difesa venezuelano aveva però definito questa minaccia "un atto di follia"

Credit: Reuters/Andres Martinez Casares

Il governo venezuelano ha indetto alcune esercitazioni delle forze armate a livello nazionale, invitando i civili a unirsi alle unità di riserva dell’esercito per difendere il paese contro un possibile attacco da parte degli Stati Uniti.

“Contro le minacce di guerra da parte degli Stati Uniti, tutti i venezuelani tra i 18 e i 60 anni sono tenuti a contribuire alla difesa della nazione”, diceva un annuncio trasmesso sulla televisione statale venezuelana sabato 26 agosto.

Il presidente Donald Trump infatti aveva minacciato per la prima volta l’11 agosto un possibile intervento militare nel paese dove, dal mese di aprile, sono in corso violente proteste contro il governo di Nicolas Maduro.

“Le persone stanno soffrendo e stanno morendo”, aveva detto il presidente Trump ai giornalisti. “Abbiamo molte opzioni per il Venezuela, inclusa una possibile opzione militare se necessario”.

Inoltre, venerdì 25 agosto, lo stesso Trump ha firmato un ordine esecutivo che vieta alle aziende statunitensi di acquistare azioni e obbligazioni emesse dal governo di Caracas e dall’azienda petrolifera statale venezuelana, la Petróleos de Venezuela, S.A. (Pdvsa).

“Nel tentativo di salvarsi, la dittatura di Maduro ricompensa e arricchisce i funzionari corrotti dell’apparato di sicurezza del governo caricando sulle spalle delle future generazioni venezuelane costosi debiti contratti all’estero”, aveva dichiarato in conferenza stampa la portavoce della Casa Bianca Sarah Huckabee Sanders.

“Queste misure sono state accuratamente calibrate per negare alla dittatura di Maduro un’importante fonte di finanziamento che il regime usa per mantenere in piedi la propria illegittima riforma costituzionale”.

Il presidente Maduro, per nulla intimorito dalle pressioni statunitensi, ha invece usato la minaccia di Trump per galvanizzare la propria base elettorale, facendo trasmettere in televisione immagini di civili che imbracciano fucili, partecipano a corse a ostacoli e apprendendo dagli uomini delle forze speciali il combattimento corpo a corpo.

Il governo venezuelano ha poi anche creato su Twitter l’hashtag #EsHoraDeDefenderLaPatria, – “è tempo di difendere la patria” – per promuovere le esercitazioni dei civili fedeli al partito di Maduro.

Le immagini televisive hanno infatti mostrato venezuelani di tutte le età che vengono addestrati da istruttori militari nei centri della riserva nazionale.

L’opposizione, per bocca di uno dei suoi maggiori esponenti, Henrique Capriles, ha definito l’iniziativa una “costosa farsa”.
“Nel 2016 ci sono stati 29mila omicidi! E questa buffonata durerà ancora due giorni, fino a domani mattin! Quanto è costata al paese?”, si è chiesto Capriles sul suo profilo Twitter ufficiale.

Le tensioni diplomatiche tra il governo di Caracas e la comunità internazionale sono aumentare negli ultimi mesi, in particolare alla fine di luglio, quando è entrata in vigore la contestata riforma costituzionale voluta dal presidente Maduro.

Secondo il nuovo ordinamento voluto dal partito del presidente e sostenuto da oltre un milione di venezuelani che si sono recati al voto, tutto il potere legislativo è passato dal parlamento nazionale, dove l’opposizione detiene la maggioranza dalle elezioni svoltesi nel dicembre 2015, alla nuova assemblea costituente.

Il presidente Maduro sostiene che il nuovo corpo legislativo è l’unica speranza per il Venezuela di ripristinare la pace dopo mesi di proteste contro il governo, che hanno causato già centinaia di morti.

I leader dell’opposizione hanno invece boicottato le elezioni che hanno portato all’insediamento della nuova assemblea costituenti, tenutesi il 30 luglio in tutto il paese.

Secondo gli oppositori di Maduro infatti, questa mossa è un affronto alla democrazia. I leader dell’opposizione hanno così chiesto elezioni presidenziali anticipate e le dimissioni del presidente.

Il leader venezuelano guida il paese dal 2013, dopo essere stato designato direttamente dal suo predecessore, Hugo Chavez, prima di morire. La contrapposizione all’interno del Venezuela è cresciuta soprattutto dopo la decisione della Corte suprema del 29 marzo di esautorare il parlamento, facendo crescere la preoccupazione di un aumento dei poteri del presidente.

La situazione è poi peggiorata ad aprile 2017 quando le proteste di piazza e le pressioni internazionali, comprese anche le prime sanzioni degli Stati Uniti, hanno cominciato ad affliggere il governo venezuelano e il suo presidente.

In realtà, la crisi nel paese va avanti da anni e ha cause soprattutto economiche. L’origine dei mali del paese va infatti rintracciata nella genesi delle politiche pubbliche degli ultimi 20 anni.

Dopo aver vinto le elezioni del 1998 infatti, l’allora presidente Hugo Chavez ha attuato un’agenda politica di ispirazione socialista, consegnando le fabbriche ai lavoratori, nazionalizzando le industrie chiave del paese e istituendo programmi sanitari, di alloggio e di alfabetizzazione per i più poveri.

Chavez ha più volte descritto il suo programma di governo come “socialismo del ventunesimo secolo”. La sua politica è infatti stata ispirata in gran parte dalla rivoluzione cubana di Fidel Castro.

Tuttavia a metà del 2014 il prezzo del petrolio sui mercati internazionali è crollato, passando da circa 110 dollari statunitensi al barile a meno di 50 dollari statunitensi al barile.

Per il Venezuela, le cui spese, in particolare quelle sociali, dipendevano quasi interamente dalle entrate garantite dalla vendita del petrolio, questo è stato un danno da cui il paese non è ancora riuscito a riprendersi.

Nel solo 2016, secondo dati non ufficiali, l’inflazione ha fatto registrare un incremento dell’800 per cento rispetto all’anno precedente, mettendo il governo di Caracas in una situazione disperata. Il quotidiano economico statunitense Wall Street Journal riferì allora che il governo Maduro, per far fronte alla crisi, fece atterrare nel paese interi aerei pieni di banconote stampate all’estero.

Fonte: The Post Internazionale