domenica 22 aprile 2018

Almeno 48 morti in un attentato a Kabul

Una persona si è fatta esplodere in un centro per l'iscrizione nei registri elettorali, l'ISIS ha rivendicato l'attacco

(AP Photo/ Rahmat Gul)

Stamattina c’è stato un attentato suicida in un centro per l’iscrizione nei registri elettorali a Kabul, la capitale dell’Afghanistan. Il ministero della Salute ha detto che sono morte almeno 48 persone. Altre 50 persone sono rimaste ferite, scrive Associated Press. Lo Stato Islamico (o ISIS) ha rivendicato l’attentato. Le prossime elezioni legislative in Afghanistan si terranno il 20 ottobre.

Quello di oggi è solo l’ultimo di una serie di attentati che ha colpito Kabul negli ultimi mesi. Il 21 gennaio un gruppo di miliziani ha attaccato per più di 12 ore il più grande hotel di Kabul, l’Intercontinental, uccidendo 22 persone; sabato 27 l’esplosione di un’ambulanza in un’area molto affollata della città ha ucciso 103 persone. Entrambi gli attentati sono stati rivendicati dai talebani, ma anche l’ISIS ne ha compiuti due di entità minore a gennaio.

L’impressione è che in Afghanistan nessuno stia davvero vincendo o perdendo e riuscire a fare un accordo di pace sembra sempre più improbabile. Come ha scritto Mark Fisher sul New York Times tre mesi fa, il problema di fare la pace tra le parti è che «mezza generazione di combattimenti ha eroso la fiducia e polarizzato le posizioni dei combattenti». Inoltre sembra mancare un mediatore, qualcuno che venga riconosciuto come interlocutore da entrambe le parti e che abbia su entrambe una certa influenza e credibilità.

Fonte: Il Post

sabato 21 aprile 2018

Le condanne per la “trattativa” stato-mafia

Politici e alti funzionari dello Stato accusati di avere trattato con la mafia, fra cui Marcello dell'Utri e Mario Mori, sono stati condannati a diversi anni di carcere

(ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Si è concluso il processo di primo grado sulla presunta “trattativa tra stato e mafia“, in corso da cinque anni a Palermo: sono stati condannati vari politici, alti funzionari dello stato e boss mafiosi. Fra gli altri, l’ex senatore di Forza Italia Marcello dell’Utri, già in carcere dal 2014, è stato condannato a 12 anni di carcere, e la stessa pena è stata decisa per l’ex comandante del ROS Mario Mori e l’ex colonnello Giuseppe De Donno. Il boss mafioso Leoluca Bagarella, in carcere dal 1995, è stato condannato ad altri 28 anni di carcere. L’ex super-testimone Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo condannato per associazione mafiosa, ha ricevuto una condanna a 8 anni. È stato invece assolto l’ex ministro degli Interni Nicola Mancino.

Ciancimino era accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro. Mancino era accusato di falsa testimonianza. Tutti gli altri erano accusati di violenza a corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato.

Il processo riguardava le presunte trattative e scambi avvenuti tra politici, carabinieri e mafiosi nel corso degli anni Novanta. L’ipotesi dei magistrati è che nel corso degli anni Novanta, carabinieri e politici abbiano trattato con la mafia siciliana con lo scopo di far terminare le stragi. A condurre le indagini sono stati i magistrati della Procura nazionale antimafia Nino Di Matteo e Francesco Del Bene. Il processo è durato quasi cinque anni, preceduto da altri cinque anni di indagini, e ha portato a 220 udienze e ad ascoltare oltre 200 testimoni.

L’oggetto delle indagini sono stati i cosiddetti “anni delle stragi” in cui erano avvenuti diversi attacchi violenti, anche molto gravi, da parte della mafia siciliana: l’omicidio del parlamentare siciliano della DC Salvo Lima (12 marzo 1992) e dell’imprenditore Ignazio Salvo (17 settembre 1992), le stragi di Capaci (23 maggio 1992) e di via D’Amelio (19 luglio 1992) contro i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, le bombe in via dei Georgofili a Firenze (27 maggio 1993) e in via Palestro (27 luglio 1993) a Milano, le autobombe esplose a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio in Velabro, a Roma, e il fallito attentato contro il giornalista Maurizio Costanzo (14 maggio 1993).

In cambio della fine della strategia stragista, secondo i magistrati dell’accusa, politici e carabinieri avrebbero offerto l’attenuazione del carcere duro per i mafiosi che si trovavano in prigione. Secondo i magistrati la trattativa sarebbe proseguita anche dopo l’arresto del capo della mafia siciliana, Totò Riina, avvenuto nel 1993, e avrebbe effettivamente portato diversi benefici alla mafia. La prova principale, secondo loro, è il mancato rinnovo del 41bis per circa 300 persone condannate per associazione mafiosa (tra cui però non c’era alcun boss, né personaggi di spicco dell’organizzazione criminale).

Il secondo elemento, sempre secondo l’accusa, è il mancato arresto del successore di Riina, Bernardo Provenzano, nel 1995, che sarebbe stato impedito dal generale dei carabinieri Mario Mori. Un episodio, però, che è stato raccontato soltanto molti anni dopo da alcuni pentiti e da testimoni ritenuti poco affidabili, come Massimo Ciancimino. Mori è stato separatamente processato sia per questa ipotetica “mancata cattura” sia per un’altra ipotesi di reato, la “mancata perquisizione” del covo di Riina. In entrambi i procedimenti Mori è stato assolto definitivamente e questo, hanno scritto diversi giornalisti, aveva indebolito molto le posizioni dell’accusa.

In questi anni più volte sono stati espressi dubbi sulla reale esistenza della “trattativa”, per la quale sostanzialmente non si trovano documenti o altre fonti scritte che ne attestino l’esistenza. Quasi tutte le prove consistono in testimonianze rese molti anni dopo da ex mafiosi e personaggi come minimo di dubbia affidabilità. L’unica prova di uno scambio, cioè di qualcosa che la mafia avrebbe ricevuto da parte dello stato, è il mancato rinnovo dei 300 41bis, che però non riguardò personaggi particolarmente importanti.

Il processo sulla trattativa ha avuto anche diversi momenti eclatanti, come la deposizione nel 2014 dell’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che venne interrogato al Quirinale dai magistrati di Palermo (il testo completo della deposizione si può leggere qui). Un altro momento molto intenso del procedimento fu quando i magistrati, che stavano intercettando Nicola Mancino, registrarono una telefonata tra quest’ultimo e il presidente della Repubblica Napolitano. I magistrati chiesero di poter utilizzare la telefonata, ma la Corte costituzionale ne ordinò la distruzione (la Corte stabilì che non si poteva intercettare un presidente della Repubblica in carica).

Fonte: Il Post

Lo stallo sul nuovo governo, spiegato semplice

A che punto siamo arrivati dopo il terzo giro di consultazioni, andato di nuovo a vuoto

(ANSA/ALESSANDRO DI MEO)

Sono passati quasi 50 giorni dalle elezioni politiche italiane del 4 marzo, e ancora non c’è un nuovo governo. Il motivo è che dalle elezioni non è uscito nessun partito o nessuna coalizione con la maggioranza dei seggi alla Camera e al Senato: e la maggioranza è una condizione necessaria perché il presidente della Repubblica dia a qualcuno l’incarico di formare un nuovo governo. Ieri sera si è concluso il terzo giro di consultazioni fra le forze politiche, guidato dalla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Anche questo è andato a vuoto, come i due precedenti. Che sta succedendo?

Veti incrociati
Senza perdersi in eccessive complicazioni (appoggi esterni, ricerca di “responsabili” e cose simili) le maggioranze possibili sono sostanzialmente tre. Una prevede un accordo fra Movimento 5 Stelle e centrodestra, l’altra fra la sola Lega e il M5S, e l’ultima fra il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle.

Al centro di tutte le trattative c’è il Movimento 5 Stelle, il partito che ha preso più voti di tutti. Per formare un governo potrebbe formare una maggioranza col centrodestra, che invece è la coalizione più votata. Ma il M5S non vuole stare insieme a Forza Italia e Silvio Berlusconi, perché li considera da sempre come avversari politici. Negli ultimi giorni il M5S ha proposto a Forza Italia di dare un appoggio esterno a un eventuale governo M5S-Lega, ma Berlusconi si è rifiutato di farlo perché si troverebbe in una posizione di debolezza: un eventuale governo del genere non avrebbe bisogno dei voti di Forza Italia per ottenere la maggioranza. Escludendo Forza Italia dalla coalizione, però, la Lega metterebbe a rischio le alleanze locali, dovex il centrodestra unito governa moltissimi comuni e regioni.

In più, sembra chiaro che Matteo Salvini, leader della Lega, non voglia che Luigi Di Maio, leader del Movimento 5 Stelle, diventi presidente del Consiglio: la storia politica recente ci insegna che i partner di minoranza di coalizione escono sembra malridotti da governi del genere. Anche ammettendo che Salvini rinunci a Berlusconi, poi, lui e Di Maio dovrebbero comunque mettersi d’accordo su un programma, una lista di ministri e un presidente del Consiglio. Qualcuno dice che potrebbe essere Giancarlo Giorgetti, che la Stampa descrive come «leghista bocconiano e filo atlantico, volto istituzionale e poco ruspante del Carroccio, assai più gradito al Quirinale rispetto al leader leghista». Siamo ancora lontani da questa possibilità, che però al momento sembra la più vagamente concreta.

Bisognerebbe poi capire cosa fare di Fratelli d’Italia, il partito guidato da Giorgia Meloni: Di Maio ha già detto che non la vorrebbe nella maggioranza di governo, probabilmente per non diluire la sua posizione di forza.

In teoria il Movimento 5 Stelle potrebbe anche allearsi con il PD. Qualche giorno fa, Di Maio ha detto: «Tutti mi prendono in giro sulla politica dei “due forni”. Io ho semplicemente proposto a due forze politiche una soluzione. Io aspetto qualche altro giorno ma poi uno di questi due forni si chiude. Non è che siamo qui ad aspettare i comodi di chi si deve fare le campagne elettorali sulla pelle degli italiani». Ma il Movimento 5 Stelle non vuole governare con un PD che sia in qualche modo guidato da Matteo Renzi, e moltissimi dirigenti del partito – che di fatto è ancora controllato da Renzi – hanno a loro volta escluso questa possibilità.

È da escludersi, invece, un’alleanza tra centrodestra (Lega compresa) e PD, perché Salvini ha più volte detto di non volerla, accusando tra l’altro Berlusconi di muoversi di proposito verso quella situazione.

Le ultime dichiarazioni
Ieri pomeriggio, parlando del M5S, Berlusconi ha detto: «È gente che non ha mai fatto nulla nella vita: nella mia azienda li prenderei per pulire i cessi». Sempre del M5S ha detto, parlando in Molise (dove si vota domani), che gli verrebbe «voglia di mandarli affanculo». Ha anche detto che secondo lui servirebbe un «governo del centrodestra che deve andare in Parlamento a trovare dei voti di supporto a se stesso e al proprio programma».

Salvini ha detto di non essere per niente d’accordo con le parole di Berlusconi e che «Se qualcuno dalle parti di Arcore pensa di far saltare altre trattative per andare al governo col Partito Democratico, lo fa senza la Lega». Ha aggiunto: «Voglio fare un governo che rappresenti quello che gli italiani hanno votato poco tempo fa. Lo voglio fare partendo da una coalizione che ritenevo e ritengo compatta. Se qualcuno se ne tira fuori insultando e guardando a sinistra, la scelta è di questo qualcuno».

Quindi, che si fa?
Nell’ultimo mese e mezzo è spesso successo che le cose cambiassero in pochi giorni, quindi chissà. Al momento sembra che Mattarella sia intenzionato a dare a Roberto Fico, presidente della Camera e leader della corrente “di sinistra” del M5S, un mandato simile a quello di Casellati. A Fico potrebbe essere chiesto di sondare la possibilità di un accordo tra M5S e PD, che però al momento sembra davvero lontano.

Le alternative sarebbero un governo tecnico o di scopo, supportato da chissà quale coalizione, o delle elezioni anticipate. Ma diversi quirinalisti hanno scritto che Mattarella vuole evitare questa ipotesi, perché ci sarebbe il rischio di trovarsi a dover ricominciare da capo, con una simile assenza di maggioranza.

Intanto, continua a essere operativo il governo guidato da Paolo Gentiloni, per il cosiddetto disbrigo degli affari correnti.

Fonte: Il Post

sabato 14 aprile 2018

Guida al governo che non c’è

Ci sarà? Cosa sta succedendo e cosa può succedere per uscire dallo stallo

(ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Venerdì è terminato il secondo giro di consultazioni dopo le elezioni del 4 marzo e la varie forze politiche non sono riuscite ad accordarsi per trovare una maggioranza parlamentare in grado di dare la fiducia a un nuovo governo. In un brevissimo discorso al termine degli incontri, il presidente della Repubblica ha detto che a più di un mese dal voto «non sono stati fatti passi in avanti» e che si prenderà ancora qualche giorno per decidere come provare a risolvere la questione. Cerchiamo di capire perché le trattative sono fallite e cosa possono fare Mattarella e i partiti per uscire da questa situazione.

Cosa è successo nelle ultime settimane?
Le elezioni del 4 marzo hanno eletto un Parlamento senza una chiara maggioranza politica. Per dare fiducia a un governo c’è quindi bisogno di accordi trasversali tra partiti avversari. Le combinazioni possibili che possono garantire una maggioranza sono:

– Movimento 5 Stelle più centrodestra (Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia);
– Movimento 5 Stelle più Lega;
– Movimento 5 Stelle più Partito Democratico;
– Partito Democratico più centrodestra.

Il problema di queste settimane è che ognuna di queste combinazioni ha ricevuto il veto di uno o più dei suoi possibili sostenitori, bloccando le trattative e impedendo la formazione di un governo.

Il più ovvio dei possibili governi è quello tra le forze che sono andate meglio alle ultime elezioni (Movimento 5 Stelle e centrodestra), che peraltro si sono già accordate con successo per decidere le presidenze delle camere e delle commissioni parlamentari speciali. Ma questa soluzione ha ricevuto un netto veto da parte del Movimento 5 Stelle. Luigi Di Maio, il capo politico del Movimento, ha detto in diverse occasioni – l’ultima giovedì sera dopo aver incontrato il presidente della Repubblica – che il Movimento 5 Stelle non è disposto a governare né con Silvio Berlusconi né con Forza Italia, ma solo e soltanto con la Lega.

Rimane quindi l’ipotesi di governo Movimento 5 Stelle più Lega, ma questa possibilità ha incontrato il veto del segretario della Lega. Matteo Salvini ha detto che l’unico governo possibile dopo le elezioni del 4 marzo è quello del centrodestra (tutto intero) insieme al Movimento 5 Stelle: dopo le ultime consultazioni, Berlusconi ha criticato il veto su di lui imposto da Di Maio, e Salvini ha dovuto provare a mediare chiedendo a Forza Italia e M5S di essere “responsabili”: «se continua così, se continuano a bisticciare, si stuferanno gli italiani, mi stuferò io e tra un mese si tornerà alle urne, quindi: o la smettono o si vota». Anche Salvini ha ripetuto le sue condizioni dopo aver terminato il colloquio con il presidente Mattarella, aggiungendo che esclude assolutamente un governo con il Partito Democratico.

Dietro questo doppio veto ci sono probabilmente considerazioni sia di opportunità che di tattica politica. Il Movimento 5 Stelle non vuole che del governo facciano parte Berlusconi e Forza Italia in parte perché teme il contraccolpo che questo potrebbe avere sui suoi elettori. Ma è importante considerare che la coalizione di centrodestra unita ha molti più parlamentari del Movimento 5 Stelle, e quindi sarebbe la forza principale del governo (al contrario, il M5S sarebbe la forza maggioritaria di un’alleanza con la sola Lega).

Questo significherebbe che Di Maio dovrebbe rinunciare alla presidenza del Consiglio, una condizione che sin dal 4 marzo ha sempre definito irrinunciabile. Salvini, probabilmente, ha il timore opposto. La Lega da sola ha meno parlamentari del Movimento e quindi, se accettasse di formare un governo senza Forza Italia, sarebbe la forza di minoranza e dovrebbe probabilmente cedere le principali posizioni di governo. Proprio ieri Salvini ha ripetuto che per lui l’unico governo possibile è quello di cui la Lega indichi il presidente del Consiglio.

Resta quindi un’ultima alternativa: quella di un governo PD più Movimento 5 Stelle. Luigi Di Maio ha più volte provato a percorrere questa strada e numerosi parlamentari del PD raccontano di un improvviso atteggiamento amichevole da parte dei colleghi del Movimento a partire dal 4 marzo. Fino a questo momento, però, il PD ha nettamente escluso la possibilità di raggiungere un simile accordo. Nonostante non tutti i dirigenti del partito si oppongano con la medesima intensità, fino a questo momento il PD non ha accettato nemmeno di incontrare il leader del Movimento per discutere della possibilità di governare insieme, e da parte del Movimento sono arrivati solo appelli generici al dialogo e non una vera proposta di compromesso.

Se per quanto riguarda la formazione del governo nessuno ha voluto collaborare con nessuno, in altri ambiti ci sono stati parecchi accordi che hanno avuto successo. Movimento 5 Stelle e centrodestra sono riusciti infatti ad accordarsi per dividersi quasi tutti gli incarichi parlamentari. Hanno votato insieme la presidente del Senato, che è andata al centrodestra, e quello della Camera, che è andato al Movimento 5 Stelle. Si sono spartiti anche quasi tutti gli incarichi degli uffici di presidenza, l’organo parlamentare che aiuta i presidenti delle camere, lasciando a PD e altre forze soltanto pochissimi posti. Si sono divisi anche le presidenze delle Commissioni speciali, che svolgeranno una serie di importanti incarichi fino all’insediamento del governo.

Quindi come se ne esce?
La fase di trattative per formare il governo può durare un tempo indeterminato. A differenza di altri paesi europei, infatti, in Italia non ci sono norme che impongono di tornare alle urne se non si dovesse riuscire a formare un governo entro una certa data. In teoria, quindi, si potrebbe continuare nell’attuale situazione per tutti i cinque anni di legislatura. Questo però appare uno scenario estremo: il governo Gentiloni nel frattempo resta in carica per gli “affari correnti”, definizione vaga ma che esclude azioni e riforme di grande rilevanza politica, anche perché non avrebbero probabilmente una maggioranza in parlamento per essere approvate. È più probabile che nelle prossime settimane si formi un governo, oppure che il presidente della Repubblica decida di sciogliere le camere e convocare nuove elezioni.

La prima strada, però, quella che porta alla formazione di un governo, sembra particolarmente difficile a meno che una delle principali forze in campo non decida di abbandonare – e quindi contraddire clamorosamente – i veti che ha posto fino a questo momento. Un’altra possibilità è un progressivo avvicinamento delle reciproche posizioni. Berlusconi, per esempio, potrebbe decidere di compiere un gesto simbolico per soddisfare le richieste del Movimento (nelle scorse settimane si parlava della nomina di un coordinatore di Forza Italia che potrebbe fare le sue veci come leader di partito).

A quel punto il Movimento 5 Stelle potrebbe accettare una qualche forma di appoggio da parte del partito di Berlusconi, ma senza più Berlusconi, e così dare il via a un governo. Anche in questa circostanza, però, rimane il problema di decidere chi sarà il capo del governo, un diritto che rivendicano con forza sia la Lega che il Movimento; e in ogni caso Di Maio qualche giorno fa ha detto che «Forza Italia è Berlusconi» e quindi un passo indietro di Berlusconi non sarebbe sufficiente. Questo scenario, sostengono alcuni, potrebbe diventare più probabile dopo le elezioni regionali in Molise, il prossimo 22 aprile, e in Friuli Venezia Giulia, il 29. Se il Movimento dovesse ottenere un cattivo risultato in Molise e se invece la Lega dovesse andare molto bene in Friuli, la posizione di Salvini ne uscirebbe rafforzata e quella del Movimento e di Berlusconi indebolita, rendendo così più facile il superamento parziale dei veti e la formazione del governo.

Un’altra possibilità, per quanto estrema, è la nascita di un governo di minoranza, cioè che sopravvive grazie all’astensione di uno o più partiti al momento del voto di fiducia. Sarebbe la prima volta nella storia della Seconda Repubblica e rappresenterebbe un ritorno ai cosiddetti “governi della non sfiducia” della Prima, quelli che sopravvivevano grazie all’astensione dei partiti di opposizione che avrebbero potuto farli cadere se gli avessero votato contro.

Un’altra possibilità, ancora più remota, è che si formi un cosiddetto “governo del presidente”, cioè un governo senza particolare colore politico, espressione della volontà del presidente della Repubblica e appoggiato da una larghissima coalizione. Al momento sia Lega che Movimento 5 Stelle (che da soli hanno più del cinquanta per cento dei seggi in entrambe le camere) hanno escluso apertamente questa possibilità, che gode del sostegno del solo PD: sembra quindi difficile immaginare che un simile governo possa raccogliere i voti necessari a ottenere la fiducia. Alcuni però ipotizzano che, se l’alternativa fossero le elezioni anticipate, numerosi parlamentari che temono per la loro rielezione potrebbero correre in soccorso di un eventuale governo del presidente e dargli così i numeri necessari a sopravvivere.

In ogni caso, è sicuro che nelle prossime settimane ci saranno ancora discussioni e trattative. Non è chiaro invece in che forma queste avverranno. Il presidente Mattarella ha detto che aspetterà alcuni giorni prima di comunicare come intende gestire la questione in futuro. Mattarella potrebbe decidere di condurre in prima persona una terza sessione di consultazioni oppure potrebbe decidere di affidare l’incarico a una figura istituzionale, come la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. In questi casi si dice, in gergo, che il presidente affida un “mandato esplorativo”. Se tutte le trattative dovessero fallire, la decisione su cosa fare rimarrà comunque di Mattarella. La Costituzione gli dà il potere di sciogliere le camere e indire nuove elezioni. Secondo quasi tutti gli esperti, attualmente la prima data utile per il voto sarebbe il prossimo ottobre. E certo: con un elettorato diviso fra tre poli, l’esito delle nuove elezioni potrebbe essere sovrapponibile a quello delle vecchie elezioni, col risultato di trovarsi daccapo.

Fonte: Il Post

Stati Uniti, Francia e Regno Unito hanno attaccato obiettivi militari in Siria

È successo questa notte come ritorsione per l'attacco chimico di Douma, gli obiettivi sono tutti collegati al regime di Bashar al Assad

Damasco, Siria (AP Photo/Hassan Ammar)

Nella notte tra venerdì e sabato Stati Uniti, Francia e Regno Unito hanno attaccato tre obiettivi militari in Siria, come ritorsione per l’attacco chimico compiuto il 7 aprile a Douma, est di Damasco, dal regime del presidente Bashar al Assad. I bombardamenti aerei di questa notte hanno colpito un sito di ricerca a Damasco, sospettato di essere legato alla produzione di armi chimiche e biologiche, un deposito di armi chimiche a ovest della città di Homs, più a nord, e un’importante postazione militare del regime siriano, sempre vicino a Homs. La televisione siriana ha detto che le forze governative hanno intercettato più di una decina di missili e ha sostenuto che l’unico obiettivo danneggiato nel bombardamento sia stato il sito di ricerca a Damasco. Ha anche detto che tre persone sarebbero state ferite a Homs. I governi di Stati Uniti, Francia e Regno Unito non hanno commentato.

L’attacco, ha confermato il segretario della Difesa americano Jim Mattis, è terminato: non sono previsti altri bombardamenti a meno che Assad non usi di nuovo armi chimiche contro la sua popolazione. Mattis ha detto che l’attacco è stato due volte più grande e ha colpito due obiettivi in più del bombardamento che il presidente americano Donald Trump aveva ordinato lo scorso anno contro una base militare siriana come ritorsione dell’attacco chimico compiuto dal regime di Assad nella provincia di Idlib. Funzionari della Difesa americani hanno detto che nell’attacco sono stati usati missili da crociera Tomahawk, lanciati da almeno tre navi da guerra diverse, e un bombardiere B-1, che ha sganciato missili a lungo raggio sugli obiettivi. Missili a lungo raggio sono stati lanciati anche dagli aerei da guerra francesi e britannici, mentre un sottomarino britannico ha lanciato altri missili da crociera.

Il generale americano Joseph Dunford ha aggiunto che negli attacchi di questa notte si è evitato di colpire obiettivi che avrebbero potuto causare perdite ai russi, alleati di Assad, e anche il governo russo ha confermato che tra gli obiettivi non ci sono state basi militari con soldati russi. È un particolare importante: significa che gli Stati Uniti, in accordo con Francia e Regno Unito, hanno deciso di compiere un attacco mirato e limitato, per evitare di arrivare a uno scontro diretto con la Russia che avrebbe potuto innescare una nuova escalation di violenze in Siria. Il dipartimento della Difesa americano, comunque, ha detto che la Russia non è stata avvisata in anticipo degli obiettivi colpiti.

L’attacco di questa notte è stato annunciato da un discorso di Trump, che nei giorni scorsi aveva minacciato in diverse occasioni il regime di Assad per l’attacco chimico a Douma, nel quale erano state uccise almeno 40 persone. Trump ha detto:


«Un anno fa, Assad ha lanciato un feroce attacco con le armi chimiche contro la sua gente innocente. Gli Stati Uniti hanno risposto con 58 missili che hanno distrutto il 20 per cento delle forze aeree siriane. Lo scorso sabato, il regime di Assad ha colpito di nuovo per massacrare i civili innocenti, impiegando armi chimiche, questa volta nella città di Douma vicino alla capitale Damasco. Questo massacro è stato una significativa escalation nell’uso di armi chimiche da parte di un regime terribile. Il male e l’attacco spregevole hanno lasciato madri, padri, neonati e bambini dibattersi nel dolore e annaspare per respirare. Queste non sono le azioni di un uomo. Sono i crimini di un mostro»


Anche la prima ministra britannica Theresa May ha fatto un breve discorso trasmesso dalla televisione che ha confermato il coinvolgimento britannico: «non c’erano alternative praticabili all’uso della forza», ha detto May, che però ha aggiunto che gli attacchi non sono stati un tentativo di destituire il regime di Assad. Anche la Francia ha confermato la sua partecipazione all’intervento militare di questa notte e il presidente Emmanuel Macron ha diffuso un comunicato sull’intervento dal sito dell’Eliseo.

Anatoly Antonov, ambasciatore russo a Washington, ha diffuso un comunicato che dice: «Avevamo avvisato che azioni di questo tipo non sarebbero rimaste senza conseguenze. Tutta la responsabilità ricade su Washington, Londra e Parigi». Nella notte è arrivata anche la reazione dell’Iran, altro importante alleato di Assad. Il ministro degli Esteri iraniano ha detto: «Senza dubbio, l’America e i suoi alleati, che hanno intrapreso un’azione militare senza prove e prima che arrivasse un verdetto definitivo dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, sono responsabili delle conseguenze regionali di questo avventurismo». L’Iran si riferisce alla tesi russa seconda la quale il 7 aprile a Douma non sarebbe stato compiuto alcun attacco chimico, che sarebbe stato invece una messinscena organizzata dalle intelligence di paesi stranieri che cercavano un pretesto per attaccare Assad. Questa tesi, comunque, fa acqua da tutte le parti, come avevamo spiegato qui.

L’attacco è stato condannato anche dal regime di Assad. L’account Twitter della presidenza siriana ha pubblicato un video che dice di mostrare Assad mentre cammina all’interno del palazzo presidenziale a Damasco, questa mattina.

Fonte: Il Post

venerdì 6 aprile 2018

9 anni fa il terremoto che colpì L'Aquila e l'Abruzzo


Sono trascorsi esattamente 9 anni dal terribile terremoto che colpì L'Aquila e l'Abruzzo. Nella notte tra il 5 e il 6 aprile 2009, alle ore 3.32, una fortissima scossa di terremoto devastò L'Aquila e i paesi circostanti causando 309 morti, 1600 feriti e 65.000 sfollati.

domenica 1 aprile 2018

Buona Pasqua


Auguro a tutti i lettori, assidui o frequentatori, e a tutti i blog amici di trascorrere una serena e felice Pasqua

Andrea De Luca

sabato 31 marzo 2018

16 morti nelle proteste nella Striscia di Gaza

L'esercito israeliano ha sparato e lanciato lacrimogeni per disperdere le migliaia di persone che si sono radunate ieri lungo il confine con Israele

I soldati israeliani al confine con Gaza, davanti ai manifestanti. (Oren Ziv/picture-alliance/dpa/AP Images)

16 persone palestinesi sono morte e oltre 1.400 sono state ferite dall’esercito israeliano, durante le grandi proteste organizzate lungo il confine fra la Striscia di Gaza e il territorio israeliano, e alle quali hanno partecipato circa 30mila persone. L’esercito israeliano ha sparato sui manifestanti e ha usato anche proiettili di gomma e gas lacrimogeni lanciati dai droni per disperdere la protesta, in quello che in molti hanno denunciato come uso eccessivo della forza. Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU, ha chiesto che sia fatta un’indagine indipendente e trasparente sulla morte dei 16 palestinesi. La protesta, chiamata “Marcia del Ritorno”, era prevista da settimane e si è svolta in sei diverse manifestazioni coordinate lungo il confine della Striscia.

Come già si sapeva nei giorni scorsi, infatti, Israele ha schierato oltre 100 tiratori scelti lungo il confine, con il permesso di sparare per rispondere alla protesta. Secondo Adalah, organizzazione per i diritti dei palestinesi in Israele, l’esercito israeliano ha sparato su manifestanti palestinesi disarmati. Anche diverse testimonianze e video diffusi venerdì sui social network da attivisti locali confermano questa versione. La protesta sembra essere stata infatti in larga parte pacifica, anche se Haaretz riporta di alcuni manifestanti che hanno tirato pietre e molotov contro i soldati israeliani.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha invece sostenuto che i soldati abbiano fatto fuoco solo sui manifestanti che provavano a sfondare la recinzione sul confine. Il generale dell’esercito Eyal Zamir ha detto che tra i manifestanti c’erano membri di organizzazioni terroristiche che hanno provato a compiere attacchi usando le proteste come copertura, e l’esercito ha insistito con questa versione.

Taye-Brook Zerihoun, vice capo del Dipartimento per gli Affari politici dell’ONU, ha avvertito il Consiglio di sicurezza dell’ONU che la situazione potrebbe peggiorare nei prossimi giorni, e ha chiesto che Israele rispetti le leggi internazionali sui diritti umani, usando la forza solo quando è l’ultima risorsa. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha indetto un giorno di lutto nei territori palestinesi, per ricordare i morti delle proteste.

La protesta è stata indetta per celebrare l’anniversario di un’altra protesta di massa, tenuta nel 1976, in cui 6 manifestanti palestinesi che protestavano contro l’occupazione israeliana furono uccisi dall’esercito israeliano. La marcia in ricordo dei manifestanti uccisi si tiene ogni anno il 30 marzo, ma quest’anno la tensione è decisamente più alta per via della prossima inaugurazione dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme, prevista per il 14 maggio, frutto di una controversa decisione del presidente americano Donald Trump.

Nei giorni scorsi gli organizzatori della protesta hanno insistito più volte che le manifestazioni non sarebbero state violente, ma l’esercito israeliano aveva espresso molti dubbi e ipotizzato che dietro gli organizzatori potesse esserci Hamas, il gruppo politico-terrorista che controlla la Striscia dal 2007. Una fonte anonima del comitato organizzatore ha detto ad Haaretz che Hamas non ha pagato direttamente i manifestanti, ma che ha donato dei soldi al comitato organizzatore. Un altro elemento che fa pensare che dietro alla manifestazione potrebbe esserci Hamas è il fatto che Fatah – il principale partito palestinese “moderato”, tornato da poco in cattivi rapporti con Hamas – stia sostanzialmente ignorando le proteste.

Le proteste dovrebbero continuare anche nei prossimi giorni fino al 15 maggio, il giorno dell’inaugurazione dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme: per gli israeliani il 14 maggio è il giorno dell’Indipendenza, quello in cui festeggiano la vittoria nella guerra arabo-israeliana del 1948. I palestinesi invece celebrano il 15 maggio il giorno della nakba – “la catastrofe” – cioè quello in cui molti di loro furono costretti a lasciare le proprie case, finite in territorio israeliano. Sono state allestiti dei campi lungo il confine, e sono previste nuove manifestazioni ogni venerdì.

Fonte: Il Post